Chiunque abbia mai letto un libro di storia (pochi, purtroppo), sa bene quanto poco si presti l’idea di sinistra alle semplificazioni. Il riconoscimento altrui come appartenente al mondo di sinistra si è scontrato nel corso degli anni con scogli molto più duri di quanto si possa immaginare. Fu una lotta di contenuti, certamente, ma anche di spazi, di ripicche, di sopraffazioni. Fu una lotta radicale, totalitaria ed escludente che interessò le diverse anime dell’universo sinistra, radicali o moderate che fossero. Si pensi al perenne conflitto tra massimalisti e riformisti nel socialismo di fine ottocento / inizio novecento. Si pensi alla rottura compiuta a sinistra dal comunismo negli anni del primo dopoguerra. Ma si pensi anche agli immediati contrasti e alle molte correnti nate in seno allo stesso comunismo (astensionisti, ordinovisti, trostzkisti, deviazionisti e così via…quasi all’infinito).
Premesso ciò, siamo certi che la cosiddetta epoca della fine delle ideologie abbia risolto la questione semplificando quella congerie di idee? Ammesso che ciò sia avvenuto per molti, dobbiamo ritenere sia avvenuto per tutti? Insomma, cosa significa oggi essere di sinistra?
Tradiremmo subito i nostri intenti se avessimo la presunzione di dare una risposta unificante. Crediamo nella diversità delle idee, crediamo nello spirito critico, pertanto non lasceremo che alcun dogma, alcuna religione civile ci guidi su un binario diverso da quello che la nostra mente e i nostri principi vogliono percorrere.
La prima questione in ballo è il rapporto tra politica e partiti. Abbiamo diffidato a lungo dei partiti elefante, del partito pugliatutto, dei partiti totalitari, di quei partiti in sostanza che volevano penetrare nei gangli della comunità e della quotidianità in modo a dir poco pervasivo. (E’ il partito che ti organizza il dopolavoro, le feste, le serate, lo sport; è il partito che ti porta a messa, che ti dice cosa fare nel tempo libero e cosa votare a quei referendum che alla politica – come materia – non dovrebbero interessare). Tutto ciò noi aborriamo!
Ma in noi c’è anche la consapevolezza dell’inevitabilità della rappresentanza politica. Come, e ci preme ribadirlo, c’è piena consapevolezza del ruolo storico che i partiti hanno svolto nel saper veicolare un paese uscito da una lunga dittatura su lidi democratici. E su questo l’identità dell’uomo di sinistra dovrebbe costruire la propria forza.
Quante volte ci è capitato di sentir dire che il comunismo altro non è che un’ideologia aberrante; che l’unico frutto che ha donato al mondo sono stati i morti nei gulag, a Kathin o nelle politiche repressive cubane. E tutte le battaglie vinte, alcune stravinte dal movimento operaio? Perché non riflettere sul fatto che lo statuto dei lavoratori, la cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore, per fare pochi esempi, sono conquiste comuniste delle quali però si giovano tutti. Perché non ammettere che le ignominie di certe evoluzioni istituzionali – lo stalinismo su tutte – non esauriscono il discorso sul comunismo, che è fatto invece di un secolo e mezzo di battaglie per i lavoratori, per la scuola, per i giovani. “Un disegno di portata universale – per dirla con Piero Bevilacqua – oggi poco visibile dal fondo della mediocrità politica in cui è precipitato il nostro tempo”.
I ragazzi che nel ’68 scendevano per le strade inneggiando alla rivoluzione culturale cinese, saranno anche rimasti vittime di quel bluff che erano le politiche culturali (in realtà repressive) di Mao, ma le loro conquiste sono conquiste di tutti. Se oggi le donne sono più emancipate, se oggi c’è un diritto di famiglia che le tutela, se i giovani hanno più capacità di scegliere il proprio futuro, lo dobbiamo a quei ragazzi. Non ad un partito (non credo sia necessario ricordare quanto scarso feeling ci fosse tra quella generazione in lotta e il Pci), ma ad un’idea, un’idea di sinistra appunto.
Oggi la situazione, per certi versi, è simile. Per altri ben più drammatica. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un cospicuo numero di persone che non sanno che farsene dei partiti esistenti. Partiti che non parlano la nostra stessa lingua, che non vedono oltre le proprie scarpe, che non hanno il coraggio di investire su politiche educative di lunga durata. Chi parla di ambiente? Chi di laicismo? E la decrescita? La lotta alla società dei consumi? Provare a superare il capitalismo scatenato di cui parla Glyn è poi così assurdo?
Il dramma sta nel fatto che una cospicua parte di quella sinistra di un tempo se ne è andata in modo completamente acritico su un terzo versante politico che per semplificare potremmo definire altra destra (Le due destre di Revelli esistono e come!). Basti pensare all’abbraccio stretto che il PD rivolge ormai quotidianamente al dio mercato, alle privatizzazioni, alle speculazioni borsistiche. La deregulation che un tempo bollavamo come il mostro peggiore delle politiche reaganiane, oggi abita anche casa Veltroni. Il mito dell’antistatalismo, l’ha ben documentato Luciano Gallino in L’impresa irresponsabile, ha portato miliardi nelle casse delle imprese americane ma ne ha tolti altrettanti dalle tasche dei contribuenti.
Pensiamo alle liberalizzazioni, cavallo di battaglia delle politiche economiche del recente centrosinistra: lungi da noi voler difendere i monopoli, ma guardare solo al fine – le privatizzazioni – senza riflettere sui modi in cui le aziende producono (tasse, appalti, inquinamento…) o sulla qualità del lavoro che gestiscono (sicurezza sul lavoro, precarietà) significa aggravare il problema. Sarà o no indicativo il fatto che negli ultimi 15 anni privatizzazione dei servizi pubblici e precarietà hanno sempre proceduto insieme?!
Può esser considerata sinistra quella fazione politica che non muove in primo luogo dalla lotta alla precarietà? Che non abolisce la legge Biagi? Che non riforma i contratti di lavoro? Che non sostiene le fasce più deboli?
E dove sono le politiche della memoria, le posizioni forti su temi come l’immigrazione o la pena di morte? Davvero il destino di Veltroni&co. è quello di condividere una nuova odiosa schedatura del genere umano?
E questo ci porta al nodo centrale: la povertà, l’economia dei paesi del sud del mondo. Sinistra può essere mille sfaccettature, l’abbiamo detto, ma nessuna di esse può integrasi a questo sistema di sfruttamento capeggiato dalle holding occidentali e dagli speculatori del Fondo monetario internazionale. E’ in corso da anni una riviviscenza del neocolonialismo che ha effetti devastanti sulle politiche nazionali, perché le priva di risorse, ne devasta i territori, schiavizza i suoi abitanti. Il problema non sono solo i bambini, loro sì, per primi, ma gli uomini in genere, costretti a lavorare anche 15 ore per una misera paga.
La sinistra che ho in mente non va a braccetto con gli industriali delle delocalizzazioni che producono nei paesi poveri per sfruttare la manodopera a basso costo e l’assenza di sindacati. La sinistra che ho in mente lotta in seno all’UE per impedire a quelle imprese di smerciare nel territorio europeo, mentre, intanto, comincia a proibirglielo in quello nazionale.
Per questo quando sento parlare di fine delle ideologie, di valori condivisi, rabbrividisco. All’omologazione al dio capitalista noi non ci arrendiamo.
Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza (in particolare il cap. II)
P. Bourdieau, Proposta politica: andare a sinistra, oggi, Castelvecchi
Premesso ciò, siamo certi che la cosiddetta epoca della fine delle ideologie abbia risolto la questione semplificando quella congerie di idee? Ammesso che ciò sia avvenuto per molti, dobbiamo ritenere sia avvenuto per tutti? Insomma, cosa significa oggi essere di sinistra?
Tradiremmo subito i nostri intenti se avessimo la presunzione di dare una risposta unificante. Crediamo nella diversità delle idee, crediamo nello spirito critico, pertanto non lasceremo che alcun dogma, alcuna religione civile ci guidi su un binario diverso da quello che la nostra mente e i nostri principi vogliono percorrere.
La prima questione in ballo è il rapporto tra politica e partiti. Abbiamo diffidato a lungo dei partiti elefante, del partito pugliatutto, dei partiti totalitari, di quei partiti in sostanza che volevano penetrare nei gangli della comunità e della quotidianità in modo a dir poco pervasivo. (E’ il partito che ti organizza il dopolavoro, le feste, le serate, lo sport; è il partito che ti porta a messa, che ti dice cosa fare nel tempo libero e cosa votare a quei referendum che alla politica – come materia – non dovrebbero interessare). Tutto ciò noi aborriamo!
Ma in noi c’è anche la consapevolezza dell’inevitabilità della rappresentanza politica. Come, e ci preme ribadirlo, c’è piena consapevolezza del ruolo storico che i partiti hanno svolto nel saper veicolare un paese uscito da una lunga dittatura su lidi democratici. E su questo l’identità dell’uomo di sinistra dovrebbe costruire la propria forza.
Quante volte ci è capitato di sentir dire che il comunismo altro non è che un’ideologia aberrante; che l’unico frutto che ha donato al mondo sono stati i morti nei gulag, a Kathin o nelle politiche repressive cubane. E tutte le battaglie vinte, alcune stravinte dal movimento operaio? Perché non riflettere sul fatto che lo statuto dei lavoratori, la cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore, per fare pochi esempi, sono conquiste comuniste delle quali però si giovano tutti. Perché non ammettere che le ignominie di certe evoluzioni istituzionali – lo stalinismo su tutte – non esauriscono il discorso sul comunismo, che è fatto invece di un secolo e mezzo di battaglie per i lavoratori, per la scuola, per i giovani. “Un disegno di portata universale – per dirla con Piero Bevilacqua – oggi poco visibile dal fondo della mediocrità politica in cui è precipitato il nostro tempo”.
I ragazzi che nel ’68 scendevano per le strade inneggiando alla rivoluzione culturale cinese, saranno anche rimasti vittime di quel bluff che erano le politiche culturali (in realtà repressive) di Mao, ma le loro conquiste sono conquiste di tutti. Se oggi le donne sono più emancipate, se oggi c’è un diritto di famiglia che le tutela, se i giovani hanno più capacità di scegliere il proprio futuro, lo dobbiamo a quei ragazzi. Non ad un partito (non credo sia necessario ricordare quanto scarso feeling ci fosse tra quella generazione in lotta e il Pci), ma ad un’idea, un’idea di sinistra appunto.
Oggi la situazione, per certi versi, è simile. Per altri ben più drammatica. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un cospicuo numero di persone che non sanno che farsene dei partiti esistenti. Partiti che non parlano la nostra stessa lingua, che non vedono oltre le proprie scarpe, che non hanno il coraggio di investire su politiche educative di lunga durata. Chi parla di ambiente? Chi di laicismo? E la decrescita? La lotta alla società dei consumi? Provare a superare il capitalismo scatenato di cui parla Glyn è poi così assurdo?
Il dramma sta nel fatto che una cospicua parte di quella sinistra di un tempo se ne è andata in modo completamente acritico su un terzo versante politico che per semplificare potremmo definire altra destra (Le due destre di Revelli esistono e come!). Basti pensare all’abbraccio stretto che il PD rivolge ormai quotidianamente al dio mercato, alle privatizzazioni, alle speculazioni borsistiche. La deregulation che un tempo bollavamo come il mostro peggiore delle politiche reaganiane, oggi abita anche casa Veltroni. Il mito dell’antistatalismo, l’ha ben documentato Luciano Gallino in L’impresa irresponsabile, ha portato miliardi nelle casse delle imprese americane ma ne ha tolti altrettanti dalle tasche dei contribuenti.
Pensiamo alle liberalizzazioni, cavallo di battaglia delle politiche economiche del recente centrosinistra: lungi da noi voler difendere i monopoli, ma guardare solo al fine – le privatizzazioni – senza riflettere sui modi in cui le aziende producono (tasse, appalti, inquinamento…) o sulla qualità del lavoro che gestiscono (sicurezza sul lavoro, precarietà) significa aggravare il problema. Sarà o no indicativo il fatto che negli ultimi 15 anni privatizzazione dei servizi pubblici e precarietà hanno sempre proceduto insieme?!
Può esser considerata sinistra quella fazione politica che non muove in primo luogo dalla lotta alla precarietà? Che non abolisce la legge Biagi? Che non riforma i contratti di lavoro? Che non sostiene le fasce più deboli?
E dove sono le politiche della memoria, le posizioni forti su temi come l’immigrazione o la pena di morte? Davvero il destino di Veltroni&co. è quello di condividere una nuova odiosa schedatura del genere umano?
E questo ci porta al nodo centrale: la povertà, l’economia dei paesi del sud del mondo. Sinistra può essere mille sfaccettature, l’abbiamo detto, ma nessuna di esse può integrasi a questo sistema di sfruttamento capeggiato dalle holding occidentali e dagli speculatori del Fondo monetario internazionale. E’ in corso da anni una riviviscenza del neocolonialismo che ha effetti devastanti sulle politiche nazionali, perché le priva di risorse, ne devasta i territori, schiavizza i suoi abitanti. Il problema non sono solo i bambini, loro sì, per primi, ma gli uomini in genere, costretti a lavorare anche 15 ore per una misera paga.
La sinistra che ho in mente non va a braccetto con gli industriali delle delocalizzazioni che producono nei paesi poveri per sfruttare la manodopera a basso costo e l’assenza di sindacati. La sinistra che ho in mente lotta in seno all’UE per impedire a quelle imprese di smerciare nel territorio europeo, mentre, intanto, comincia a proibirglielo in quello nazionale.
Per questo quando sento parlare di fine delle ideologie, di valori condivisi, rabbrividisco. All’omologazione al dio capitalista noi non ci arrendiamo.
Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza (in particolare il cap. II)
P. Bourdieau, Proposta politica: andare a sinistra, oggi, Castelvecchi
A. Glyn, Capitalismo scatenato, F. Brioschi editore
M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri
Id, La sinistra sociale, Bollati Boringhieri
Id, Destra/Sinistra, Laterza
M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri
Id, La sinistra sociale, Bollati Boringhieri
Id, Destra/Sinistra, Laterza
2 commenti:
Caro Luca,
ho letto con attenzione il tuo post.
Devo dire che tra i veri temi di cui trattavi, quello che più mi sta a cuore è l'assoluta cecità (non so quanto voluta o meno)di politici ed elettori nel comprendere come la gran parte delle problematiche politico-sociali che ci troviamo e troveremo ad affrontare in futuro potranno essere risolte solo in un'ottica globale. Fino a quando continueremo a pensare di essere al centro del mondo (come italiani intendo) e che la diatriba destra-sinistra possa essere non una diversità di approccio ai problemi stessi ma semplicemente uno schieramento da tifoseria di calcio credo non faremo mai il vero "grande passo avanti"...
Salùt
Paolo
Caro Paolo, mi colpisce il tuo intervento non solo perché rispecchia un problema reale (affrontare i problemi locali e nazionali in un mondo globale), ma anche perché una delle mie ultime letture Sull’identità meridionale di Mario Alcaro, affronta in modo convincente il tema.
E’ fuor di dubbio che oggi siamo costretti a guardare più in là per comprendere la realtà delle cose, le stesse deviazioni del liberismo, del resto, non si comprendono a pieno se non apriamo il nostro sguardo sulle cause e soprattutto sugli effetti che esso determina fuori dalla nostra microsocietà. Una città non è fatta solo di centro storico ma anche di periferia; una regione è costituita di città come di campagne. Il mondo, pertanto, non può esaurirsi in due continenti.
E’ un limite questo che dobbiamo imparare a superare.
La risposta possiamo cercarla altrove che non nell’internazionalismo, se il termine ci sembra troppo vetusto e troppo contaminato da ideologie forti. Possiamo cercarla nell’umanitarismo, nel sentirci tutti cittadini dello stesso mondo.
Ma la strada, per fortuna, è sì tortuosa, ma non impraticabile. A livello comunitario, regionale, nazionale…possediamo degli strumenti capaci di portare a risultati di rilievo. Probabibilmente ci vorrà del tempo, ma ce la faremo.
I margini per delle iniziative ci sono. Giorni fa ho scritto su un post che le singole nazioni dovrebbero trovare la forza di emanciparsi dalle politiche delle holding industriali che delocalizzano in modo disumano la propria produzione. Due giorni addietro ho girato l’ultima pagina di un libro complesso ma affascinante di Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza; beh, ci ho ritrovato quello stesso auspicio.
E’ una strada, una delle tante e nostro compito non può esser altro che spingere la politica nostrana a percorrerla.
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