"Chi crede sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un'economista"
Sono passati molti anni da quando Cornelius Castoriadis, filosofo e psicanalista francese di origine greca, ha cominciato pioneristicamente a porsi la domanda sul valore del mito del progresso e dello sviluppo. Una domanda complessa che richiede riflessioni e risposte complesse. Più domande in una, innanzitutto: il concetto di sviluppo ha un profilo solo economico? È possibile uno sviluppo infinito? E poi, sviluppo per chi? Per tutti? Per pochi?
Oggi, a destra come a sinistra (nostro malgrado), le risposte alla crisi partono e terminano dalla necessità di accrescere la produzione economica, di far salire il PIL, il nostro vero dio in terra. Ma quali sono le conseguenze di ciò? In che modo la natura risente di questa corsa sfrenata allo sfruttamento delle risorse? Quali le conseguenze dirette e indirette per le donne e gli uomini del nostro mondo e delle generazioni a venire?
Studiosi come Serge Latouche, Paolo Cacciari, Wolfgang Sachs, Piero Bevilacqua, Vandana Shiva ed altri vanno interrogandosi ormai da anni sugli effetti di questa stortura economica e mentale che attanaglia gli uomini del nostro tempo, giungendo a conclusione che sia necessario non più pensare ad un nuovo concetto di sviluppo (sviluppo sostenibile, ad esempio), quanto pensare ad un doposviluppo, ad una vera decrescita (della produzione, dei bisogni, dello sfruttamento…).
Obiettivo comprensibile ma complesso. Dire che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito è un’ovvietà sulla quale è facile trovare consensi, ma convincere le persone della necessità di ridurre i consumi è cosa alquanto ardua. Gli Stati Uniti, per fare l’esempio più clamoroso, consumano il 30% dell’energia mondiale, pur contenendo nei propri confini appena il 6% della popolazione del pianeta. Come convincerli però a spegnere le luci di Las Vegas per illuminare le baracche del Darfur?!
La decrescita, di certo, non può presentarsi come un mero ritorno al passato, non avrebbe alcun appeal. Non si tratta di combattere la modernità, quanto l’idea dello sviluppo a tutti i costi; e ciò non può avvenire che attraverso un ripensamento, o meglio un riposizionamento dei nostri bisogni. Basti pensare che secondo un sondaggio citato da Gorz (vedi bibliografia), effettuato tra i presidenti di grandi imprese americane sul ruolo della pubblicità, il 95% degli intervistati riconosce che sarebbe quasi impossibile vendere alcuni prodotti senza l’ausilio della pubblicità; l’85% dice che la pubblicità è veicolo essenziale per convincere le persone ad acquistare cose di cui non hanno veramente bisogno; il 51%, addirittura, riconosce che la pubblicità convince le persone a comprare cose che non desiderano veramente!
Come ha scritto Piero Bevilacqua “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”. Che puntualmente abboccano. Gente che si indebita e finisce con l'acqua fino al collo pur di avere il macchinone…che inquina, che consuma, che non si parcheggia, che ha costi enormi di gestione (assicurazione, ricambi ecc…).
Tutto ciò, trainato dal mito dell’obsolescenza immediata, in base alla quale ogni prodotto, non necessariamente tecnologico, diventa vecchio dopo pochi mesi di utilizzo (macchina, pc, cellulare o vestito che sia), ha dei costi enormi, soprattutto ambientali. Valanghe di rifiuti tossici vengono scaricati ogni anno in Nigeria e nei paesi più poveri dell’Africa contribuendo in modo determinante al degrado del territorio e delle economie nazionali. (Il tutto, peraltro, sotto l’occhio del Fondo monetario internazionale, lo strumento di strozzinaggio in mano alle holding internazionali per sfruttare risorse e manodopera dei paesi più poveri!).
Si avverte, in sostanza, la necessità di un ripensamento degli stili di vita che prenda le mosse proprio dalla quotidianità. Il lavoro, ad esempio. Come mai è scomparso dal lessico politico il concetto della riduzione dell’orario di lavoro? Siamo così sicuri che il tentativo francese abbia fallito? Su quali basi? Sul fatto che non sia enormemente conveniente per le imprese? E i lavoratori?
Noi riteniamo che la riduzione dell’orario (4 ore giornaliere, ad esempio), sia strumento di grande efficacia sotto più aspetti: sociali, in quanto ridurrebbe enormemente il numero dei disoccupati (le perdite gestionali per le imprese potrebbero essere superate con il riutilizzo dell’impressionante costo che lo stato sostiene annulmente sotto forma di ammortizzatori sociali per i disoccupati/precari). Sul piano ambientale, poi, il vantaggio sarebbe evidente: spezzare la giornata lavorativa su due turni significherebbe aumentare da 2 a 4 le fasce di concentrazione di auto, con i relativi vantaggi: meno traffico, meno smog, meno consumi, meno strees (senza considerare che la gente sarebbe più incentivata all’uso dei mezzi pubblici).
Ma soprattutto a guadagnarne sarebbe la persona col riacquisito del proprio tempo libero (passeggiate, musei, lettura), tutto ciò che l’ubriacatura da superlavoro ci ha tolto.
Ecco, in poche parole, il perché delle 8 “R” di Latouche: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
Come potete vedere le questioni sono molte, qui accennate solo in parte e in modo parziale. La speranza è quella di aver fornito uno stimolo all’approfondimento anche perché, forse, un giorno potrà tornare utile contarci.
Oggi, a destra come a sinistra (nostro malgrado), le risposte alla crisi partono e terminano dalla necessità di accrescere la produzione economica, di far salire il PIL, il nostro vero dio in terra. Ma quali sono le conseguenze di ciò? In che modo la natura risente di questa corsa sfrenata allo sfruttamento delle risorse? Quali le conseguenze dirette e indirette per le donne e gli uomini del nostro mondo e delle generazioni a venire?
Studiosi come Serge Latouche, Paolo Cacciari, Wolfgang Sachs, Piero Bevilacqua, Vandana Shiva ed altri vanno interrogandosi ormai da anni sugli effetti di questa stortura economica e mentale che attanaglia gli uomini del nostro tempo, giungendo a conclusione che sia necessario non più pensare ad un nuovo concetto di sviluppo (sviluppo sostenibile, ad esempio), quanto pensare ad un doposviluppo, ad una vera decrescita (della produzione, dei bisogni, dello sfruttamento…).
Obiettivo comprensibile ma complesso. Dire che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito è un’ovvietà sulla quale è facile trovare consensi, ma convincere le persone della necessità di ridurre i consumi è cosa alquanto ardua. Gli Stati Uniti, per fare l’esempio più clamoroso, consumano il 30% dell’energia mondiale, pur contenendo nei propri confini appena il 6% della popolazione del pianeta. Come convincerli però a spegnere le luci di Las Vegas per illuminare le baracche del Darfur?!
La decrescita, di certo, non può presentarsi come un mero ritorno al passato, non avrebbe alcun appeal. Non si tratta di combattere la modernità, quanto l’idea dello sviluppo a tutti i costi; e ciò non può avvenire che attraverso un ripensamento, o meglio un riposizionamento dei nostri bisogni. Basti pensare che secondo un sondaggio citato da Gorz (vedi bibliografia), effettuato tra i presidenti di grandi imprese americane sul ruolo della pubblicità, il 95% degli intervistati riconosce che sarebbe quasi impossibile vendere alcuni prodotti senza l’ausilio della pubblicità; l’85% dice che la pubblicità è veicolo essenziale per convincere le persone ad acquistare cose di cui non hanno veramente bisogno; il 51%, addirittura, riconosce che la pubblicità convince le persone a comprare cose che non desiderano veramente!
Come ha scritto Piero Bevilacqua “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”. Che puntualmente abboccano. Gente che si indebita e finisce con l'acqua fino al collo pur di avere il macchinone…che inquina, che consuma, che non si parcheggia, che ha costi enormi di gestione (assicurazione, ricambi ecc…).
Tutto ciò, trainato dal mito dell’obsolescenza immediata, in base alla quale ogni prodotto, non necessariamente tecnologico, diventa vecchio dopo pochi mesi di utilizzo (macchina, pc, cellulare o vestito che sia), ha dei costi enormi, soprattutto ambientali. Valanghe di rifiuti tossici vengono scaricati ogni anno in Nigeria e nei paesi più poveri dell’Africa contribuendo in modo determinante al degrado del territorio e delle economie nazionali. (Il tutto, peraltro, sotto l’occhio del Fondo monetario internazionale, lo strumento di strozzinaggio in mano alle holding internazionali per sfruttare risorse e manodopera dei paesi più poveri!).
Si avverte, in sostanza, la necessità di un ripensamento degli stili di vita che prenda le mosse proprio dalla quotidianità. Il lavoro, ad esempio. Come mai è scomparso dal lessico politico il concetto della riduzione dell’orario di lavoro? Siamo così sicuri che il tentativo francese abbia fallito? Su quali basi? Sul fatto che non sia enormemente conveniente per le imprese? E i lavoratori?
Noi riteniamo che la riduzione dell’orario (4 ore giornaliere, ad esempio), sia strumento di grande efficacia sotto più aspetti: sociali, in quanto ridurrebbe enormemente il numero dei disoccupati (le perdite gestionali per le imprese potrebbero essere superate con il riutilizzo dell’impressionante costo che lo stato sostiene annulmente sotto forma di ammortizzatori sociali per i disoccupati/precari). Sul piano ambientale, poi, il vantaggio sarebbe evidente: spezzare la giornata lavorativa su due turni significherebbe aumentare da 2 a 4 le fasce di concentrazione di auto, con i relativi vantaggi: meno traffico, meno smog, meno consumi, meno strees (senza considerare che la gente sarebbe più incentivata all’uso dei mezzi pubblici).
Ma soprattutto a guadagnarne sarebbe la persona col riacquisito del proprio tempo libero (passeggiate, musei, lettura), tutto ciò che l’ubriacatura da superlavoro ci ha tolto.
Ecco, in poche parole, il perché delle 8 “R” di Latouche: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
Come potete vedere le questioni sono molte, qui accennate solo in parte e in modo parziale. La speranza è quella di aver fornito uno stimolo all’approfondimento anche perché, forse, un giorno potrà tornare utile contarci.
Bibiografia essenziale:
P. Bevilacqua, La terra è finita. Breve storia dell'ambiente, Laterza
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza [libro strepitoso!]
L. Gallino, L'impresa irresponsabile, Einaudi
L. Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza
A. Gorz, Capitalismo, socialismo, ecologia, manifestolibri
S. Latouche, L'occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri
S. Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri
S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli
S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri
S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri
R. Sennet, L'uomo flessibile, Feltrinelli
2 commenti:
Per ora mi limito a due commentini:
1) Mi spieghi come lavorando 4 ore e quindi raddoppiando il totale dei viaggi lavoro/casa (2 persone fanno andato-ritorno invece di una per un turno di otto ore) risulta in “meno traffico, meno smog, meno consumi, meno stress”?
2) Hai una fede commovente nelle interesse personali dell’essere umano del ventunesimo secolo. Lavorando quattro ore, l’occidentale medio passerà veramente il proprio tempo libero riacquisito andando a piedi a un museo, libro in mano? Non è che starebbe altre quattro ore davanti alla tv, convincendosi ad acquistare cose di cui non hanno veramente bisogno?
Good blog.
David.
Caro David, il frazionamento in turni (ad esempio 9-13 / 15-19) porterebbe una metà delle persone a muoversi la mattina, l'altra metà il pomeriggio. Certo, il numero dei veicoli e delle persone è lo stesso, ma la minor concentrazione di auto in una stessa fascia oraria e le vie più libere consentirebbero meno cambi marcia (prima, seconda, prima, seconda...), quindi meno consumi e meno smog. E poi, ripeto, che vie più scorrevoli renderebbero più agile e meno traumatico l'uso dei mezzi pubblici.
Quanto al tempo libero, ovviamente, è auspicabile un futuro con contorni diversi da quelli attuali. In quest'ottica proprio la televisione potrebbe svolgere un ruolo educativo fondamntale. Non confondiamo il mezzo con l'uso distorto che se ne fa. Oggi cose come la politica, la tv, i giornali...fanno pensare a quanto di più meschino e ignobile vi sia. Ma sono strumenti troppo potenti per poter prescindere da essi. Dobbiamo lavorare pr farne un uso più corretto. So quanto sia arduo, ma val la pena tentare.
Pubblicato da luca
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