Lo so, lo so, un nuovo post dopo soli 5 giorni vi coglierebbe di sorpresa. Tranquilli, nulla di ciò. E' solo che a volte leggi delle cose, scritte da altri, che sembra ti siano state strappate dal corpo, dal cuore, dalla mente, dalla pelle. Ti viene quasi da dire...ma quando l'ho scritto? chi me l'ha rubato?
Poi, capisci semplicemente che è opera di un caro amico, di una persona che stimi e che in qualche modo hai scelto. Ve lo giro perché in questo scritto ci trovo lui, ci trovo me, il mio paese, le mie paure e il sigificato stesso del mio blog.
"Avete vinto, mi arrendo ed esco con le mani alzate…
Come al solito all’ultimo secondo. Con un balzo felino, malgrado l’età che avanza, riesco a saltare a bordo del 60 express un attimo prima che le porte si chiudano inesorabilmente alle mie spalle. In ritardo. Come al solito. Tutto come al solito. L’unica cosa che non è proprio solita è questa abbondante nevicata che, come un tempestivo scherzo di carnevale (oggi è venerdì grasso), si sta’ abbattendo su Roma. L’ultima volta che ricordo la neve scendere tanto seriamente sulla capitale avevo ancora nelle orecchie gli ultimi gorgheggi di Jim Kerr in un concerto terminato nel cuore della notte pochi minuti prima. Era il 1986, il Palalottomatica si chiamava ancora Palaeur, il buon vecchio Jim se la spassava con la Kensit ed io rincorrevo i bus senza affanno, beh, insomma, un secolo fa, o almeno così a me pare.
Oggi però ci da giù come allora e quindi mi accomodo seduto vicino al finestrino per godermela tutta ‘sta nevicata, finché dura. Soprattutto voglio godermi un popolo che con la neve non ha proprio niente a che fare. Vuoi che qualcuno non esca di casa con i doposci o cominci già a montare le catene all’automobile?
Mentre mi beo di cotanto natural-innatural paesaggio, una voce con un accento tutto fuorché romano mi interroga: “Tanta tanta neve eh?”.
Mi volto con la svogliatezza di dover rispondere solo per cortesia ad una domanda assolutamente retorica.
Rimango colpito da tratti che non riesco ad identificare. Occhi orientali, carnagione olivastra, capelli scuri mossi…Non è cinese, non è indiano, non è africano… Uno strano puzzle.
“Da dove vieni?”
La domanda mi esce quasi senza volerlo subito dopo aver bofonchiato un “Si, si, tanta neve..”
“Da dove vieni?” E’ stata la prima domanda che ho fatto ad un ragazzo sconosciuto, di circa 23-25 anni, che commentava il tempo su di un autobus.
“Afghanistan” mi ha risposto, per niente stupito dalla richiesta. “Beh voi siete abituati a tanta neve o no?” ho aggiunto senza riflettere che poi, in realtà, ne so una sega io di quanta neve faccia realmente in Afghanistan. “Di quale città dell’Afghanistan?”, “Da quanto sei in Italia?”, “Dove sei stato prima?”, “Da quanto manchi da casa?”, ho continuato nell’interrogatorio.
Ma chi sono io, un poliziotto, un funzionario del ministero, perché mai dovrebbe rispondermi?
Ed invece lui risponde, in un italiano stentato, per educazione più che perché realmente comprenda il perché di tante domande.
Tra le braccia stringe uno zainetto, tenendolo ben fermo a sé. Con una accortezza che non mi sembra naturale. Ecco il vero perché delle tante mie domande. E’ questo il vero motivo. Non una curiosità filantropica. Quello zainetto l’ho notato subito anche se non voglio ammetterlo.
Ho notato che lo tiene ben fermo tra le braccia e le gambe. E forse tutte le mie domande sono mirate a saperne di più su di un afgano che, non so per quale motivo, si trova seduto accanto a me.
Davanti a noi un gruppo di ragazzi in età da liceo. Ragazzi come ne abbiamo intorno a centinaia ogni giorno. Griffati da capo a piedi. Tutti cuffia-cellular-ipod muniti. Urlanti, spintonanti. Nei loro discorsi il cazzeggio tipico dell’età ma svuotato degli ovvii riferimenti alla prof rompiballe piuttosto che all’ultimo flirt che ha fatto parlare la classe.
Parlano di squadre di calcio (ma inglesi), di personaggi di cui non conosco neanche il nome (famosi per chi?), di quanti soldi costa quel vestito, quanti quel televisore al plasma (no, dico, un televisore, mica una moto o un’auto…)
Ho pensato che chi mi, ci ha portato a questo, ha già vinto. Non so chi o cosa sia. Non so se è colpa della tv o del potente di turno. So che invece di preoccuparmi di una gioventù omologata e vuota sono portato a preoccuparmi di un ragazzo straniero. Che uno zaino che doveva significare viaggio e conoscenza vale oggi sospetto e timore. So, quindi, che l’obiettivo è raggiunto. Io, che mi ritenevo scevro da tali condizionamenti, ci sono caduto. Come l’ultima massaia di Voghera.
Ho timore del nuovo, del diverso, dell’inaspettato. Ho più paura di Mohammad, così si chiama il mio vicino di posto, che viene da Kandahar e manca da cinque anni da casa, di quanta ne dovrei avere del Tommaso che con lo sguardo vuoto mi fissa dopo avermi urtato per cinque volte continuando a smanettare sulla tastiera invece di “sorreggersi agli appositi sostegni…”.
Ok. Avete vinto. Forse non merito neanche l’onore delle armi.
Mohammad cede il posto ad una signora, io gli auguro buona fortuna e lo saluto. Scendo dal bus, ha smesso nevicare. Forse è tutta colpa delle neve (ha veramente nevicato poi?), o forse come detto all’inizio sto semplicemente invecchiando.
L’unica cosa che so con certezza è che, malgrado tutte le mie resistenze, il mondo che mi circonda mi sta’ lentamente, subdolamente, inesorabilmente cambiando. In peggio".
Come al solito all’ultimo secondo. Con un balzo felino, malgrado l’età che avanza, riesco a saltare a bordo del 60 express un attimo prima che le porte si chiudano inesorabilmente alle mie spalle. In ritardo. Come al solito. Tutto come al solito. L’unica cosa che non è proprio solita è questa abbondante nevicata che, come un tempestivo scherzo di carnevale (oggi è venerdì grasso), si sta’ abbattendo su Roma. L’ultima volta che ricordo la neve scendere tanto seriamente sulla capitale avevo ancora nelle orecchie gli ultimi gorgheggi di Jim Kerr in un concerto terminato nel cuore della notte pochi minuti prima. Era il 1986, il Palalottomatica si chiamava ancora Palaeur, il buon vecchio Jim se la spassava con la Kensit ed io rincorrevo i bus senza affanno, beh, insomma, un secolo fa, o almeno così a me pare.
Oggi però ci da giù come allora e quindi mi accomodo seduto vicino al finestrino per godermela tutta ‘sta nevicata, finché dura. Soprattutto voglio godermi un popolo che con la neve non ha proprio niente a che fare. Vuoi che qualcuno non esca di casa con i doposci o cominci già a montare le catene all’automobile?
Mentre mi beo di cotanto natural-innatural paesaggio, una voce con un accento tutto fuorché romano mi interroga: “Tanta tanta neve eh?”.
Mi volto con la svogliatezza di dover rispondere solo per cortesia ad una domanda assolutamente retorica.
Rimango colpito da tratti che non riesco ad identificare. Occhi orientali, carnagione olivastra, capelli scuri mossi…Non è cinese, non è indiano, non è africano… Uno strano puzzle.
“Da dove vieni?”
La domanda mi esce quasi senza volerlo subito dopo aver bofonchiato un “Si, si, tanta neve..”
“Da dove vieni?” E’ stata la prima domanda che ho fatto ad un ragazzo sconosciuto, di circa 23-25 anni, che commentava il tempo su di un autobus.
“Afghanistan” mi ha risposto, per niente stupito dalla richiesta. “Beh voi siete abituati a tanta neve o no?” ho aggiunto senza riflettere che poi, in realtà, ne so una sega io di quanta neve faccia realmente in Afghanistan. “Di quale città dell’Afghanistan?”, “Da quanto sei in Italia?”, “Dove sei stato prima?”, “Da quanto manchi da casa?”, ho continuato nell’interrogatorio.
Ma chi sono io, un poliziotto, un funzionario del ministero, perché mai dovrebbe rispondermi?
Ed invece lui risponde, in un italiano stentato, per educazione più che perché realmente comprenda il perché di tante domande.
Tra le braccia stringe uno zainetto, tenendolo ben fermo a sé. Con una accortezza che non mi sembra naturale. Ecco il vero perché delle tante mie domande. E’ questo il vero motivo. Non una curiosità filantropica. Quello zainetto l’ho notato subito anche se non voglio ammetterlo.
Ho notato che lo tiene ben fermo tra le braccia e le gambe. E forse tutte le mie domande sono mirate a saperne di più su di un afgano che, non so per quale motivo, si trova seduto accanto a me.
Davanti a noi un gruppo di ragazzi in età da liceo. Ragazzi come ne abbiamo intorno a centinaia ogni giorno. Griffati da capo a piedi. Tutti cuffia-cellular-ipod muniti. Urlanti, spintonanti. Nei loro discorsi il cazzeggio tipico dell’età ma svuotato degli ovvii riferimenti alla prof rompiballe piuttosto che all’ultimo flirt che ha fatto parlare la classe.
Parlano di squadre di calcio (ma inglesi), di personaggi di cui non conosco neanche il nome (famosi per chi?), di quanti soldi costa quel vestito, quanti quel televisore al plasma (no, dico, un televisore, mica una moto o un’auto…)
Ho pensato che chi mi, ci ha portato a questo, ha già vinto. Non so chi o cosa sia. Non so se è colpa della tv o del potente di turno. So che invece di preoccuparmi di una gioventù omologata e vuota sono portato a preoccuparmi di un ragazzo straniero. Che uno zaino che doveva significare viaggio e conoscenza vale oggi sospetto e timore. So, quindi, che l’obiettivo è raggiunto. Io, che mi ritenevo scevro da tali condizionamenti, ci sono caduto. Come l’ultima massaia di Voghera.
Ho timore del nuovo, del diverso, dell’inaspettato. Ho più paura di Mohammad, così si chiama il mio vicino di posto, che viene da Kandahar e manca da cinque anni da casa, di quanta ne dovrei avere del Tommaso che con lo sguardo vuoto mi fissa dopo avermi urtato per cinque volte continuando a smanettare sulla tastiera invece di “sorreggersi agli appositi sostegni…”.
Ok. Avete vinto. Forse non merito neanche l’onore delle armi.
Mohammad cede il posto ad una signora, io gli auguro buona fortuna e lo saluto. Scendo dal bus, ha smesso nevicare. Forse è tutta colpa delle neve (ha veramente nevicato poi?), o forse come detto all’inizio sto semplicemente invecchiando.
L’unica cosa che so con certezza è che, malgrado tutte le mie resistenze, il mondo che mi circonda mi sta’ lentamente, subdolamente, inesorabilmente cambiando. In peggio".
Paolo Flamini