sabato 27 febbraio 2010

strani incontri...

Lo so, lo so, un nuovo post dopo soli 5 giorni vi coglierebbe di sorpresa. Tranquilli, nulla di ciò. E' solo che a volte leggi delle cose, scritte da altri, che sembra ti siano state strappate dal corpo, dal cuore, dalla mente, dalla pelle. Ti viene quasi da dire...ma quando l'ho scritto? chi me l'ha rubato?
Poi, capisci semplicemente che è opera di un caro amico, di una persona che stimi e che in qualche modo hai scelto. Ve lo giro perché in questo scritto ci trovo lui, ci trovo me, il mio paese, le mie paure e il sigificato stesso del mio blog.
"Avete vinto, mi arrendo ed esco con le mani alzate…
Come al solito all’ultimo secondo. Con un balzo felino, malgrado l’età che avanza, riesco a saltare a bordo del 60 express un attimo prima che le porte si chiudano inesorabilmente alle mie spalle. In ritardo. Come al solito. Tutto come al solito. L’unica cosa che non è proprio solita è questa abbondante nevicata che, come un tempestivo scherzo di carnevale (oggi è venerdì grasso), si sta’ abbattendo su Roma. L’ultima volta che ricordo la neve scendere tanto seriamente sulla capitale avevo ancora nelle orecchie gli ultimi gorgheggi di Jim Kerr in un concerto terminato nel cuore della notte pochi minuti prima. Era il 1986, il Palalottomatica si chiamava ancora Palaeur, il buon vecchio Jim se la spassava con la Kensit ed io rincorrevo i bus senza affanno, beh, insomma, un secolo fa, o almeno così a me pare.
Oggi però ci da giù come allora e quindi mi accomodo seduto vicino al finestrino per godermela tutta ‘sta nevicata, finché dura. Soprattutto voglio godermi un popolo che con la neve non ha proprio niente a che fare. Vuoi che qualcuno non esca di casa con i doposci o cominci già a montare le catene all’automobile?
Mentre mi beo di cotanto natural-innatural paesaggio, una voce con un accento tutto fuorché romano mi interroga: “Tanta tanta neve eh?”.
Mi volto con la svogliatezza di dover rispondere solo per cortesia ad una domanda assolutamente retorica.
Rimango colpito da tratti che non riesco ad identificare. Occhi orientali, carnagione olivastra, capelli scuri mossi…Non è cinese, non è indiano, non è africano… Uno strano puzzle.
“Da dove vieni?”
La domanda mi esce quasi senza volerlo subito dopo aver bofonchiato un “Si, si, tanta neve..”
“Da dove vieni?” E’ stata la prima domanda che ho fatto ad un ragazzo sconosciuto, di circa 23-25 anni, che commentava il tempo su di un autobus.
“Afghanistan” mi ha risposto, per niente stupito dalla richiesta. “Beh voi siete abituati a tanta neve o no?” ho aggiunto senza riflettere che poi, in realtà, ne so una sega io di quanta neve faccia realmente in Afghanistan. “Di quale città dell’Afghanistan?”, “Da quanto sei in Italia?”, “Dove sei stato prima?”, “Da quanto manchi da casa?”, ho continuato nell’interrogatorio.
Ma chi sono io, un poliziotto, un funzionario del ministero, perché mai dovrebbe rispondermi?
Ed invece lui risponde, in un italiano stentato, per educazione più che perché realmente comprenda il perché di tante domande.
Tra le braccia stringe uno zainetto, tenendolo ben fermo a sé. Con una accortezza che non mi sembra naturale. Ecco il vero perché delle tante mie domande. E’ questo il vero motivo. Non una curiosità filantropica. Quello zainetto l’ho notato subito anche se non voglio ammetterlo.
Ho notato che lo tiene ben fermo tra le braccia e le gambe. E forse tutte le mie domande sono mirate a saperne di più su di un afgano che, non so per quale motivo, si trova seduto accanto a me.
Davanti a noi un gruppo di ragazzi in età da liceo. Ragazzi come ne abbiamo intorno a centinaia ogni giorno. Griffati da capo a piedi. Tutti cuffia-cellular-ipod muniti. Urlanti, spintonanti. Nei loro discorsi il cazzeggio tipico dell’età ma svuotato degli ovvii riferimenti alla prof rompiballe piuttosto che all’ultimo flirt che ha fatto parlare la classe.
Parlano di squadre di calcio (ma inglesi), di personaggi di cui non conosco neanche il nome (famosi per chi?), di quanti soldi costa quel vestito, quanti quel televisore al plasma (no, dico, un televisore, mica una moto o un’auto…)
Ho pensato che chi mi, ci ha portato a questo, ha già vinto. Non so chi o cosa sia. Non so se è colpa della tv o del potente di turno. So che invece di preoccuparmi di una gioventù omologata e vuota sono portato a preoccuparmi di un ragazzo straniero. Che uno zaino che doveva significare viaggio e conoscenza vale oggi sospetto e timore. So, quindi, che l’obiettivo è raggiunto. Io, che mi ritenevo scevro da tali condizionamenti, ci sono caduto. Come l’ultima massaia di Voghera.
Ho timore del nuovo, del diverso, dell’inaspettato. Ho più paura di Mohammad, così si chiama il mio vicino di posto, che viene da Kandahar e manca da cinque anni da casa, di quanta ne dovrei avere del Tommaso che con lo sguardo vuoto mi fissa dopo avermi urtato per cinque volte continuando a smanettare sulla tastiera invece di “sorreggersi agli appositi sostegni…”.
Ok. Avete vinto. Forse non merito neanche l’onore delle armi.
Mohammad cede il posto ad una signora, io gli auguro buona fortuna e lo saluto. Scendo dal bus, ha smesso nevicare. Forse è tutta colpa delle neve (ha veramente nevicato poi?), o forse come detto all’inizio sto semplicemente invecchiando.
L’unica cosa che so con certezza è che, malgrado tutte le mie resistenze, il mondo che mi circonda mi sta’ lentamente, subdolamente, inesorabilmente cambiando. In peggio".
Paolo Flamini

lunedì 22 febbraio 2010

Da Marcuse a X factor passando per Craxi [seconda parte]

Il libro di Crainz (Autobiografia di una Repubblica, Donzelli) sembra voler sorvolare orizzonti più ampi, almeno cronologicamente. Difatti, quando ci si pone il problema di scoprire le radici dell’Italia attuale, il pensiero porta ai limiti della Riforma protestante in Italia (tesi di gobettiana memoria), agli anni dei Comuni, al ruolo della Chiesa nel frenare il riformismo rivoluzionario francese tra diciottesimo e diciannovesimo secolo…
Ma Crainz non appartiene alla schiera di coloro che credono nelle tare millenarie, nei difetti genetici dei popoli e delle nazioni e la risposta a domande come che paese siamo? (Bocca) o dove è iniziata la mutazione genetica? (Scalfari) vanno ricercate in un passato più recente, nella crisi della Repubblica.
Una repubblica che portava con sé del marcio, questo è fuor di dubbio: l’abusivismo, l’incapacità di programmare una sana azione economica, la pervasività dei partiti…sono esempi a campione di un deficit civile prima che politico. Ma quella stessa repubblica aveva coltivato in sé, forse proprio grazie a quella dimensione totalizzante della politica, il germe di una forza di reazione e di cambiamento che in dieci anni trasformò la concezione stessa di cittadino.
I giovani del ’68 furono i primi protagonisti di questo vento di cambiamento. La scuola non li rappresentava più con quel mix di classismo, autoritarismo e nozionismo che segnavano una distanza abissale dalla società moderna.
Sono stanchi di copiare il Partenone diceva Camilla Cederna in merito alle agitazioni degli studenti di Architettura.
Le assemblee divennero così un luogo di formazione e di circolazione delle idee. Forse gli studenti appresero in quegli anni meno nozioni, ma impararono a pensare, impararono a scegliere.
Poi il fenomeno si estremizzò, prima in battaglie sociali encomiabili come quella sui manicomi, poi esasperando la connotazione politica, nelle fabbriche soprattutto, dove il movimento si sfilacciò, confluendo in parte nei gruppi extraparlamentari, in piccolissima parte nei gruppi terroristi.
Ma già agli inizi degli anni settanta la partecipazione aveva assunto caratteri diversi, ideologici più che spontanei, come ben sottolineato da Vittorio Foa (“il movimento non si espanse nelle fabbriche, vi si chiuse[…] straordinarie energie giovanili furono disperse nel riscoprire e ripetere la Dottrina”).
Il declino, quello civile quanto meno, non ha inizio con la crisi petrolifera, con l’aumento della disoccupazione e del lavoro nero. Ha inizio col crollo delle certezze, della passione, dei riferimenti. Della Russia si sa ormai tutto, di Mao si comincia a sapere. Il mito del Vietnam si infrange di fronte alle immagini del “boat people”, migliaia di vietnamiti in fuga dal regime in condizioni disperate; sorte simile accade al simbolo dei simboli, la classe operaia, che appare ora come classe garantita, quella del posto sicuro e delle pensioni che non si toccano, anche e soprattutto se le aziende sono in deficit.
Questi sono accenni di un cambiamento che gli anni settanta facevano presagire e che gli anni ottanta normalizzarono.
Se ne accorsero per primi – ci racconta Crainz – pochi ma illuminati osservatori, come Enzo Forcella che cominciò a parlare di riflusso; Eugenio Scalfari, che sottolineava come il “travoltismo” della Febbre del sabato sera attirasse i giovani molto più delle lotte; o come Alfonso Madeo che annotava l’impressione di “una normalità consueta, alacre, ordinata. Un silenzio che infastidisce, che comunica una sensazione di angoscia”. I crocchi politici erano stati sostituiti da “una fila di bancarelle proprio simili a quelle che affollano Piazza Navona: poster, calendari, cinture, stuzzicadenti, bicchieri, corde, paralumi, cravatte, giacconi, dischi, cianfrusaglie”.
Uno scarto netto, una cesura pian piano sempre più evidente della quale Roberto Roversi seppe disegnare i contorni a disfacimento in corso (“nel Settanta si pensava a tutto/negli anni Ottanta si è perduto tutto”).
Emergevano nuovi ceti, nuovi bisogni, nuove aspirazioni. Un individualismo da corsa all’oro e un senso di continua insoddisfazione per una ricchezza fuggevole anche se apparentemente dietro l’angolo. Tutto ciò prendeva il posto di quelle rivendicazioni comunitarie, etiche e di principio che avevano mosso la società civile del tempo.
La trasformazione fu quindi economica e sociale ancor prima che politica. La politica, tuttavia, non tardò molto a comprendere quale terreno fertile si celasse dietro i nuovi valori.
Il Psi di Craxi fu il partito che meglio cavalcò le esigenze dei nuovi strati sociali. Ma con esso, e anche per suo tramite, a farsi portatori della nuova politica fu un immenso ceto di amministratori di enti, banche, patronati, sindacati; o, come ci ricorda Silvio Lanaro, le undicimila cariche di nomina politica delle USL immediatamente occupate da “giovani faccendieri in ascesa, opachi funzionari di seconda fila, apprendisti pronti a esibirsi su altri palcoscenici, ex deputati, ex sindaci, ex assessori”. Il tutto coronato da un aumento a dismisura dell’indebitamento pubblico e della corruzione.
Ma Crainz sa perfettamente che la corruzione non nasce con gli anni Ottanta. Se già nel 1980 Giorgio Galli poteva commentare lo scandalo dei petroli invitando a non definirlo scandolo perché in realtà specchio di un sistema ben noto, è evidente che gli anni settanta già conoscevano i contorni dell’affarismo. Tuttavia gli Ottanta ci consegnano, ricorda Crainz, due elementi di novità: la diffusione capillare dell’intreccio tra affarismo e “personaggi investiti da mandato di rappresentanza” e, ancor più grave, un senso di rassegnazione dei cittadini di fronte alle storture e alla semplice esistenza di tale (male)affarismo.
Fu su questo terreno che le leghe poterono affermarsi. Fu sempre su questo terreno che Tangentopoli seppe generare solo giustizialismo, un comprensibile bisogno di giustizialismo delle persone, ma completamente privo di risveglio civile.
Un nuovo senso di smarrimento del quale, questa volta, fu proprio l’affarismo, in prima persona, a farsi salvatore. E lo fece scaricando il fardello sui partiti, cavalcando l’onda di un’antipolitica radicale, almeno fino a quando non si trattava di ricevere i soldi del finanziamento pubblico e/o i rimborsi elettorali.
Il nuovo stile politico, del resto, Scalfari lo aveva intuito già sul finire degli anni Ottanta, a margine di un commento sul predicatore Celentano a Fantastico: “l’uomo di successo che si è fatto da solo; il clan che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile […] a dirla in breve si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità. […] Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l’esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico”.
Di lì a poco, siamo nel 1994, Barbara Spinelli avrebbe posto l’accento su quella massa cospicua e inerme di italiani: “di punto in bianco si sta scoprendo che la Gente in Italia non è il cosmo rotondo e perfetto che fu vagheggiato all’inizio di Tangentopoli. Non incarna il bene, né il vero, né il bello. Non è il popolo buono che si oppone ai politicanti malvagi. […] D’un tratto la Gente appare diversa, come smascherata dopo il successo di Berlusconi, della Lega e dei neofascisti: da bella è diventata bruttissima; da civile è diventata incivile; e non solo incivile, ma idiota […] Sembra una fiaba con fine infelice: c’era il principe, e nelle ultime righe si apprende che invece era un rospo”.
Verrebbe voglia di mollare, sussurra Crainz. Ammainare la bandiera, scendere dalla nave, rifugiarsi nella casa sulla collina...fare propri gli umori del viaggiatore cerimonioso di Caproni:

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero amici, Addio.
Di questo sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento

…“si può, invece, rimanere in carrozza. Sapendo che il viaggio sarà molto lungo e molto disagevole”.

venerdì 5 febbraio 2010

Graffiti romani, ovvero il razzismo fra storia e memoria

In attesa della seconda parte dell'ultimo post (che lunga attesa!), vi giro un recente articolo di Alessandro Portelli in occasione della Giornata della memoria. Buona lettura.

Graffiti romani "il manifesto", 28.1.2010
Sui muri del Museo della Liberazione di via Tasso a Roma, in occasione del 27 gennaio, è apparsa una scritta di ovvia matrice fascista, che dice: "Ho perso la memoria". Allo stesso modo della vicenda recente del furto della scritta "Arbeit macht frei" ad Auschwitz, questa scritta mi pare un esempio da manuale di come cancellazione della memoria ed eccesso di memoria siano la stessa cosa: uno che si ricorda di avere perso la memoria o che si affanna a farne sparire i segni è uno che la memoria se la porta cucita addosso, non riesce a liberarsene, e nel suo darsi da fare per rimuoverla non fa che richiamarla ossessivamente. Basterebbe questo per poter dire che la giornata della memoria, con tutto il sovrappeso di liturgie e di cerimonialità che gli si è incrostato addosso, è comunque ancora portatrice di senso. Se non altro, serve a dire a fascisti, nazisti e razzisti che non ci dimentichiamo di loro, di quello che hanno fatto, di quello che stanno facendo e di quello che sono capaci di fare. Se noi pensiamo alla memoria solo come a un deposito di fatti appartenenti al passato, allora la giornata della memoria è davvero un cerimoniale ripetitivo e stanco. Ma se riconosciamo la memoria come la rielaborazione incessante del nostro rapporto attuale con il passato e con la storia, come a una faticosa ricerca di senso, allora questa giornata non può essere la stessa da un anno all'altro, ma deve entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, servire da strumento interpretativo per il presente. E allora, - in una città che ha accolto il sindaco con camicie nere e grida di Duce Duce, che ha accompagnato con saluti romani l'inizio della campagna elettorale per le regionali, in un anno che è culminato con la caccia al nero di Rosarno - serve a ricordarci che alla Shoah non si è arrivati tutto d'un colpo. In Italia come in Germania il il genocidio è stato l'orrizonte a cui tendevano un'infinità di passi e tappe intermedie - leggi, schedature, esclusioni, manipolazioni e corruzioni del senso comune, silenzi, indifferenze, opportunismi, guerre. La storia non si ripete mai identica e non immagino un ripetersi della catastrofe nelle stesse forme e negli stessi luoghi di allora; ma i segni quotidiani intorno a noi vanno in direzione di un altro abisso la cui forma non riusciamo a immaginare. Ma che non per questo siamo meno responsabili di fermare finché siamo in tempo. Perciò dobbiamo ringraziare gli autori di queste scritte perché, in tempi di razzismo anti-immigrati, anti-rom, anti-rumeni e anti-gay, ci ricordano che non si dà razzismo senza antisemitismo e che le forme più arcaiche di questo grado zero, modello e matrice di tutti i razzismi sono vive, vegete e postmoderne, Perché la memoria non serve a pacificare e farci sentire tutti buoni, ma a di disturbare le coscienze: le coscienze degli eredi e dei complici dei massacri, che negano memorie che non possono sopportare, ma anche le coscienze di quelli che credono che tutto questo appartenga a un passato che non ci riguarda più, a una “barbarie” che non ha niente a che fare con le moderne radici dell'Europa – un passato sia pure da deprecare ma da chiudere col rituale "mai più" per poi ricominciare a occuparci di altro. E soprattutto, questa giornata serve a respingere gli inviti interessati di chi, dalla stessa parte di questi graffitari orrendi, ci invita a minimizzare e a tacere. Direi che dobbiamo fare proprio il contrario: bisogna parlare, e parlare chiaro – tanto alla sinistra esitante, quanto a quella destra che ha cercato una rispettabilità corteggiando la comunità ebraica. Deve farci capire se queste schifezze stanno ancora nel suo ambito e nel suo bacino elettorale, se le tollera o addirittura le va a cercare, o se ha il coraggio di rompere e di rifiutarle non a parole ma con fatti concreti. Come finora non ha fatto.

Alessandro Portelli