lunedì 1 settembre 2008

il terzo strike

Sin dall’inizio dell’età contemporanea il nostro paese ha dovuto convivere con un senso di inferiorità verso gli altri paesi europei, qualunque fosse il profilo che si prendeva in considerazione: culturale, politico, civile, militare, per non parlare del profilo economico. Se su quest’ultimo aspetto il ruolo di second comers nella rivoluzione industriale giustifica la nostra arretratezza, ben più arduo è comprendere come sia stato possibile arretrare in modo così eclatante negli altri settori.
Fatto sta che la cultura tedesca prima e francese poi, il bipolarismo politico inglese, il civismo francese nonché quello nordico e le capacità militari di Germania e Inghilterra sono state e sono tuttora punti di riferimento irraggiungibili. Anche agli occhi di chi scrive un paese come la Francia, nonostante i suoi storici vizi (antisemitismo, colonialismo, nazionalismo), sembra una realtà altra, superiore alla nostra.
Eppure, ha ricordato di recente lo storico Mario Isnenghi, il nostro Risorgimento è maturato sotto la guida di uomini illuminati, pur nella loro diversità, come Mazzini, Garibaldi, Cavour…che non hanno corrispettivi negli altri paesi.
Non è nostro intento provare a sondare un terreno così ampio e tortuoso, sul quale storici, filosofi e letterati si sono inoltrati, spesse volte con scarsi risultati. Ciò che ci interessa è tentare di misurare – prendendo in esame un tema molto in auge nell’attualità politica del nostro paese (la giustizia) – quanto il nostro amato paese sia malato di esterofilia. O meglio, qui anticipo qualche conclusione, quanto il continuo tendere ad un sistema giuridico estero (quello statunitense, per la precisione), sia tutt’altro che una malattia caratteriale dell’italiano, quanto uno specifico intento politico.
Per farlo prenderemo in esame il sistema carcerario americano cui il nostro sistema cerca sempre più di assomigliare.
A cambiare, ancor prima che le leggi, è la filosofia. Il carcerato cessa di essere un uomo, un uomo da recuperare, per divenire sempre più un reietto, un vulnus della società da emarginare, possibilmente in modo definitivo; senza più recupero e soprattutto senza preoccupazione alcuna del rapporto tra colpa e pena.
Questo accade negli Usa tra l’immensa popolazione carceraria (circa 7 milioni di uomini hanno a che fare oggi con il carcere…un uomo su 31!...fatevi i conti di quanti amici avete); molti di loro sono in galera con pene lunghissime comminate per piccoli furti.
Come è possibile? La logica è quella del terzo strike del baseball, in base alla quale al terzo errore, qualunque esso sia, hai chiuso con le tue chance di riabilitazione!
Ma partiamo dai dati. Come ha potuto il sistema carcerario americano che ancora negli anni ’70 era a livelli accettabili aumentare del 600% nel giro di venti/venticinque anni? Come è possibile che in così poco tempo si sia passati da 250.000 carcerati a 2 milioni (ai quali dobbiamo aggiungerne altri 5 on probation e on parole)? Il tutto col seguito degli enormi costi conseguenti: un carcerato negli Usa costa in media 50 mila dollari l’anno contro i 5-6 mila di uno studente di scuola pubblica. Senza parlare dei costi delle prigioni: negli Stati Uniti, nella sola gestione Clinton (1993-1998), sono state costruite 218 prigioni! Il tutto senza che in questi anni di boom carcerario (gli anni ’80, quelli di Reagan) vi sia stato un aumento della delinquenza, che invece gli studiosi, nonché l’imparziale “Bureau of Justice Statistics” sostengono fosse in declino. A rimanere stabili peraltro, a sentire le medesime fonti, erano anche le tipologie di reato, così da smentire coloro che volessero sostenere un abbrutimento dei reati. (Pensate ai telegiornali italiani: quanti di noi sono pronti a giurare che la delinquenza sia in aumento, che gli stupri siano tutti o quasi perpetrati da rumeni o extracomunitari…beh, i dati non dicono proprio questo!).
L’aumento della popolazione carceraria si spiega in primo luogo con l’uso/abuso del plea bargaining, meglio noto come "patteggiamento", attraverso il quale l’imputato contratta, poi accetta una pena inferiore a quella che rischierebbe in tribunale, rinunciando per parte sua a verificare in aula la realtà delle accuse a lui mosse. Tale sistema, in vigore sin dal 1971, risolve oggi negli USA il 95 per cento delle accuse, con punte in alcuni stati del 99%. “L’aperta surrogazione di una verità negoziata ad una verità storica – ha scritto Elisabetta Grande – […] determina l’abbandono di qualsiasi ideale di giustizia a favore del principio di efficienza del sistema”.
Non meno grave il principio di subordinazione della giustizia agli obiettivi politici, in base al quale alcuni specifici reati che contrastano con i programmi politici del governo vengono sovraccaricati di colpa col risultato di far venir meno uno dei principi base della carcerazione: la proporzionalità della pena alla gravità del reato. E’ il rischio che corrono i paesi che modificano le proprie leggi in funzione dell’emotività suscitata da uno o più scandali o dalla loro maggior pubblicazione. E’ il rischio che potrebbe correre l’Italia qualora si arrivasse a leggi severissime ad esempio sul nomadismo per sola conseguenza della cassa di risonanza che esiste su tutto ciò che riguarda il mondo degli zingari. Del resto negli USA tra il 1990 e il 1998 si era arrivati alla paradossale situazione in cui di fronte ad un tasso di omicidi quasi dimezzato, le storie di assassinii nei media si erano addirittura quadruplicate.
Le conseguenze negli USA sono chiare ad esempio sul fronte della droga, con la dichiarazione di guerra agli spacciatori da strada (non ai grandi produttori, ovviamente!). Si pensi al caso di Weldon Angelos, condannato a 55 anni di carcere per aver venduto due bustine di marijuana ad un poliziotto. Il giudice Cassell che pronunciò la sentenza dichiarò di aver avuto le mani legate dalle nuove leggi e di provar disagio per il fatto che solo due ore prima aveva condannato a 22 anni un uomo che aveva ucciso a bastonate una povera vecchietta.
Ma torniamo al terzo strike e alle sue storture: si veda qui il caso di Duane Silva che credendo di aver avuto tale incarico dalla polizia, da lui stesso poi chiamata, aveva dato fuoco ad un cassonetto (primo errore); per poi ripetersi con due furgoncini (secondo errore); fino ad arrivare al punto di rubare un videoregistratore ad un amico, venderlo ad una terza persona, quindi chiamare la polizia per avvertirla che sapeva ove fosse l’apparecchio. La polizia, ovviamente, poco ci mise a comprendere l’origine del furto (terzo errore). Duane Silva fu condannato, nonostante gli evidenti problemi mentali invocati dalla madre con le lacrime agli occhi, alla pena dell’ergastolo.
Nella sola California a causa della regola del three strikes and you’re out sono in galera il 70 per cento dei carcerati, quasi tutti per periodi lunghissimi, quasi tutti senza aver commesso reati gravi. Il risultato è quella “graziosa iperbole” – come l’ha definita Adriano Sofri – del sovraffollamento, un affollamento troppo affollato! Negli anni tra il 1980 e il 1993 le spese per nuove prigioni sono aumentate del 521%, mentre quelle per la rieducazione e il reinserimento dei carcerati sono scese di oltre la metà. Dove finisce così il recupero di queste persone?
Di certo non nei “supermax”, prigioni di massima sicurezza (una sessantina ormai negli States) ove i carcerati più pericolosi vengono reclusi, torturati e seviziati, come ampiamente documentato da molti video (su questo tema torneremo un giorno con un post specifico).
Ma veniamo ai perché. Perché questa accentuazione della lotta alla droga avviata in una fase in cui sia il consumo che lo spaccio erano in netto calo? Perché tale aumento delle pene proprio mentre i reati erano in calo? Beh, per dare queste risposte dobbiamo cominciare a chiederci chi sono i carcerati: facile, i poveri! Ma perché loro? E in che modo?
La risposta è articolata ma non così complessa. Il tutto avviene attraverso una serie di elementi discriminatori. Innanzitutto con le indagini: il 33% degli arrestati per droga negli USA è afroamericano sebbene secondo la SAMHSA (Substance Abuse and Mental Health Services Administration) solo il 15 per cento del consumo è loro additabile, mentre il 77 per cento è determinato dai bianchi.
Le cifre prendono contorni ancor più chiari se parliamo di cocaina (droga dei ricchi), ma ovviamente è molto più diffusa la caccia al crack (droga dei poveri). Se non è discriminazione questa…
Le statistiche complessive ci dicono che negli ultimi anni il numero dei neri arrestati per droga ammonta al 57%, 19% ispanici e 23% bianchi, nonostante i dati sul consumo parlino all’opposto: 12% neri, 8,5% ispanici, 73% bianchi!
Altro elemento discriminatorio è nelle leggi sulla carriera del prosecutor (il pubblico ministero). Essa migliora al crescere del numero delle condanne determinate. Ovvio pensare che per un prosecutor sia più facile incarcerare con plea bargaining un diseredato, inabile a dotarsi di una valida difesa che non un bianco con l’appoggio della famiglia, della società e dei soldi.
Ancora il povero è discriminato anche qualora decidesse di andare in processo. In un sistema come quello americano in cui la difesa deve indagare, cercare, approfondire e smontare le tesi dell’accusa a proprie spese, il povero avrà poco scampo, soprattutto se il public defender (difensore d’ufficio) percepisce in media 2 dollari l’ora! Ce li vedete i bravi avvocati che vanno a prendere questo misero stipendio? Ce lo vedete un investigatore privato che lavora per la gloria? Pensate solamente che Alan Dershowitz, avvocato di O.J. Simpson (nero, ma ricco) guadagnava circa 950 euro l’ora!
E’ stato calcolato che un gran numero di public defender siano alcoolisti, ma la Corte Suprema nel 1984 ha stabilito che tutto ciò non viola il diritto ad una giusta difesa…beata lei!.
Infine il povero è discriminato a livello sanzionatorio: ad esempio equivale ad un minimo di 5 anni di carcere lo spaccio di 500 grammi di cocaina (droga dei ricchi), o 5 grammi di crack (droga dei poveri), 100 volte in meno! Ma vale anche il discorso per cui l’ampliamento delle pene vale solo per reati spiccioli, di microcriminalità, tipici dei contesti più disagiati.
Forse, alla luce di ciò, anche io opterei per il patteggiamento!
Il tutto, non dimentichiamolo, in un contesto di continuo aumento della povertà negli USA. Nel 2005 il numero dei poveri negli Stati Uniti è stato stimato in 37 milioni!
Ma chi si avvantaggia di tutto questo? I ricchi, ovviamente.
Se ne avvantaggia il politico in termini di consenso fra l’elettorato bianco, più numeroso e più attivo politicamente (non dimentichiamo peraltro che il carcere porta alla perdita delle capacità elettorali); se ne avvantaggia il politico locale che si fa vanto di aver fatto costruire un nuovo carcere e di aver così bonificato la zona. Se ne avvantaggia chi vuol far passare gli States in recupero sul piano occupazionale, quando invece è stato calcolato che l’enorme numero dei carcerati negli ultimi 20 anni abbia abbassato di ben due punti la percentuale di disoccupazione.
Ma se ne avvantaggiano soprattutto le grandi holding economiche; non solo come guadagno diretto (costruzione di prigioni e gestione privatistica dei servizi al loro interno…mense, sicurezza ecc.), ma anche e direi soprattutto attraverso l’uso schiavistico del carcerato come lavoratore. Pagato in modo irrisorio, sfruttato con orari indecenti e senza alcuna prospettiva di uscire, il carcerato è il simbolo di una nuovissima frontiera…la delocalizzazione portata in casa! Sono moltissime le imprese che hanno chiuso i propri stabilimenti per riaprirli all’interno delle cittadine carcerarie (tra l’altro con enormi facilitazioni fiscali concesse dallo Stato!). Attenzione, si parla di un giro complessivo di centinaia di miliardi di dollari!
E qui l’incredibile paradosso: la scelta dei lavoratori ricade quasi sempre sui carcerati a vita per i ricavi che l’azienda ottiene per la riduzione dei tempi e dei costi legati al turn over e alla formazione delle nuove leve. Niente di più aberrante. Il completo abbandono di ogni anelito al reinserimento del condannato nella società.
Attenzione, cari compatrioti, la legge ex Cirielli del 2005 e la legge Fini-Giovanardi del 2006 vanno proprio in questa direzione. Si calcola che potrebbero essere responsabili, a breve, di un incremento carcerario di 24000 persone. Ma per fortuna il governo di centrosinistra le avrà sicuramente abolite tra il 2006 e il 2008…
No?...NO!

Suggerimenti bibliografici:
E. Grande, Il terzo strike, Sellerio
L. Re, Carcere e globalizzazione. Il boom penitenziario negli Stati Uniti e in Europa, Laterza
L. Wacquant, Punire i poveri, Derive-Approdi

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