mercoledì 29 giugno 2011

Una certa idea di Italia

Un viaggio in Italia, più che una storia d’Italia. Non ha remore Isnenghi nel confessare al lettore che il titolo originale, Caleidoscopio italiano, avrebbe reso meglio il senso complessivo di un libro(1) nel quale alcune personalissime scelte, fra tutte quella di espungere l’economia da questa grande narrazione, offrono al lettore non solo la storia nazionale, ma il punto di vista dell’autore, il suo itinerario personale.
Come spesso accade, poi, i sottotitoli ci rivelano la natura dei testi, quanto meno ci forniscono un’idea chiara delle direttrici attorno le quali si muovono. Ecco così che percezione diviene la lente attraverso la quale l’autore snoda le vicende del Paese-Italia e del suo farsi nazione. Non solo la nazione come fatto compiuto, ma il modo in cui è stata pensata, narrata e appunto percepita.
Il Caleidoscopio, “magico marchingegno pieno di specchietti e frammenti di vetro colorato”(2), non può che condurre l’autore al mondo dei letterati, al romanzo, alle poesie, alle memorie di guerra. Sentieri a lungo percorsi da Isnenghi nei suoi pionieristici lavori di gioventù: da I vinti di Caporetto e Il mito della Grande guerra, che sul finire degli anni sessanta stravolsero la concezione della Grande guerra come guerra patriottica, fino ai lavori più maturi L’Italia in piazza e Le guerre degli italiani, per citarne due, che solo per poterli pensare “bisognava aver frequentato a lungo una bibliografia varia ed eclettica, senza eccessivi rispetti per i perimetri disciplinari”(3).
Doppiezza identitaria e conflitto, assieme a percezione, sono i concetti chiave di questo straordinario libro. Il primo nasce e si perpetua dal Risorgimento a oggi nel contrasto tra le molteplici italie statuali e l’ideologia cattolica; il secondo prende forma nella consapevolezza che “la storia non è unilineare, ma molteplice e conflittuale, continuamente costruita e messa in forse”.
Doppiezza identitaria e conflitto si incontrano nel continuo scontro tra Religione e Politica, “che è l’anomalia italiana più incisiva” perché alimentata da una “sovranità sovranazionale incistata in quella nazionale”(4). E questo è il limite del progetto identitario italiano, una doppia appartenenza ideologica e valoriale che è alla base del decadimento del civismo del nostro popolo. Una constatazione che rende esplicita la componente anticlericale di questo affresco dell’Italia e che porta l’autore, al di là della cifra stilistica, ad amare Nievo più che Manzoni, rappresentante, quest’ultimo, di una concezione ideologica moderata, quindi arretrata, del processo di formazione nazionale.
Emblematico di questo conflitto è il percorso umano e letterario di Antonio Fogazzaro,

[i cui] trent’anni di scrittura, accompagnati da un più dilatato tempo di lettura, affrontano temi cruciali del vivere insieme in un paese cattolico come l’Italia; che ha appena compiuto i suoi atti generativi senza e contro la Chiesa e la religione maggioritarie, e ne è ancora tramortito e offeso. Tutta l’opera che chi legge ha in questo momento per le mani pone al centro questa congenita duplicità, la doppia cittadinanza dell’italiano – allora e oggi – come l’anomalia italiana e, nello stesso tempo, l’essenza dell’italianità. Non siamo liberi, siamo doppi, titolari di una cittadinanza sempre insidiata, dall’esterno e – ciò che conta ancor più – dal nostro stesso interno(5).

Fogazzaro è il testimone di un conflitto-nel-conflitto che nel lacerare l’Italia lacerò la stessa Chiesa, presa tra i fuochi poco amichevoli dell’Opera dei Congressi e dei giovani democristiani, dei modernisti e degli antimodernisti. La forza di questi scontri – ci rivela Isnenghi – palesa come l’identità religiosa dei cattolici comporti conseguenze sull’identità civica degli italiani. Ma, non ci si illuda, alla lunga la Chiesa ne uscirà bene. Il radicamento sociale delle Leghe bianche e delle parrocchie e le corsie preferenziali concesse dallo Stato laico nel mondo dell’educazione scolastica (educazione, non istruzione!) le lasceranno, pur nel rifiuto della rappresentanza politica, un consenso assai ampio.
L’Italia emerge da questo affresco come un paese tutto da fare. Il paese dei micromondi ai più ignoti, dell’ignoranza reciproca fra aree e culture regionali, delle cento città e dei diecimila paesi e delle migliaia di migranti in fuga. Il paese di un Mezzogiorno tutto da scoprire, anche con le dure lacerazioni della guerra ai briganti.
Su questo retroterra agiscono fattori formativi, unificanti, con forme e contenuti imprevisti. La cucina di Artusi “catechismo delle massaie e teologia del gusto”, la monumentomania esplosa negli anni ottanta del XIX secolo, la letteratura per l’infanzia e quella femminile, le inchieste sociali, i manuali di comportamento, il civismo formativo dei poeti-Vate (Foscolo, Carducci, Pascoli, D’Annunzio). Ma agiscono anche le istituzioni – la scuola e l’esercito principalmente – e le ideologie forti (quella cattolica e quella socialista), tendenzialmente totalitarie con il loro associazionismo radicato nel territorio, contadino più che urbano.
Poi la Grande guerra. Terreno assai fertile per Isnenghi, che in più di quarant’anni di studi e riflessioni ha percorso in lungo e largo. Proprio la Grande guerra assurge a emblema del farsi italiani, prima nelle speranze del radiosomaggismo, poi nelle formulazioni forzate dei bilanci a posteriori. La scommessa di un interventismo a più voci per una guerra portatrice di “una saldatura lasciata in gran parte irrisolta dal processo di unificazione nazionale”. Una scommessa persa.
La Grande guerra, infatti, luogo d’elezione delle tre italie in formazione, rinnova i conflitti, lacera, perpetua quel senso di doppia cittadinanza e lo fa per molte vie: l’irredentismo (duro e affascinante il dialogo a distanza, fra storia individuale e memoria nazionale, tra i diversissimi trentini Battisti e De Gasperi); i preti austriacanti, la dottrina spersonalizzante di padre Agostino Gemelli, i cappellani militari, militi, tutti quanti, dell’esercito della Chiesa, non dello Stato, che ama certamente la patria, ma che la vuole diversa, “clericale, non anticlericale, restaurando omnia in Christo”.
Così la Grande guerra pone le basi dell’Italia concordataria e avvia quel processo di affossamento delle ambizioni da paese laico che il ’29 porterà a compimento. Affossa anche le speranze dei molti che, come Giani Stuparich, vi avevano partecipato indossando la camicia rossa sotto la divisa grigio-verde, costretti a scoprire presto, nell’inferno della trincea e sotto i colpi della giustizia militare, di aver sbagliato guerra.
Il caleidoscopio si sposta poi sul dopoguerra e sul fascismo, trionfo della conflittualità, per mano, principalmente, dello squadrismo, “quello strisciante del dopoguerra, e poi quello insurrezionale del ’22, con le riprese mirate del ’24, e i rinnovati eccidi del ‘25”; ma anche, sul fronte opposto, per merito dell’antifascismo, degli esuli (intellettuali militanti) e di chi non se ne va e rimane in patria a pensare – se non può fare – un Italia diversa da quella del Duce.
Una diversa Italia continua a pensarla anche la Chiesa, che non disdegna l’uomo della Provvidenza, anzi, ci va a braccetto, ma che s’irrigidisce quando quello si prende la libertà di voler educare i giovani, piatto forte della dottrina cattolica.
La pensano poi i Resistenti, cui l’8 settembre consegna il diritto/dovere ad una scelta netta di campo, anche perché “se c’è una stagione in cui le rotte come naufragio obbligano a definire una rotta – la vecchia o la nuova – come itinerario, è proprio questa”(6). Ma c’è chi si sottrae – e son molti – preferendo via via esaltare la terzietà delle proprie posizioni, più spendibile sul piano elettorale e capace di cogliere ai giorni nostri il plauso dei benpensanti. E’ il caso, ancora una volta, della Chiesa...

Lasciar fare agli altri, aspettare che coi Tedeschi chiudano i conti gli Alleati, è solo questione di giorni. Accettarsi per quello che si è, remissivamente: dei vinti e dei marginali. Un penoso rientrare in se stessi, l’abdicazione di ogni senso dello Stato, la fine dell’“Italia [che] farà da sé”: un processo storico fallimentare al termine del quale ciò che resta in piedi è l’eterno destino guelfo del popolo italiano.

...ma non solo di essa. Ovunque "riaffiorano le virtù del non fare, rispetto al rischio di fare; le arti dell'astensione e del nascondimento; aspettare che passi, disarmati, restarsene su in alto, negli antichi borghi, sperando che gli armati si scannino a valle, con la loro guerra e le loro ideologie e politica, e se ne vadano prima o poi altrove"(7).



La Repubblica nasce così con lo spettro delle divisioni, ereditate dalla storia patria e dai condizionamenti sovranazionali. Nasce e cresce immersa nei molti “a prescindere” della propria storia: a prescindere dalla Costituzione, a lungo inattuata; a prescindere dal fascismo, perpetuato nelle leggi, eluso nelle riflessioni e usato in sede elettorale; a prescindere dal collaborazionismo della Chiesa e della pervasività della sua dottrina. Nasce col più grande partito comunista d’occidente, buttato via sul finire del secolo nella spasmodica ricerca di sentirsi parte di un paese normale, destino che la sorte non ci ha concesso. Epilogo triste che accomuna i due amici /nemici della sinistra italiana, Pci e Psi, quest’ultimo affossato ideologicamente proprio da chi si apprestava a farne il partito di governo.
Un Isnenghi antitaliano? No, tutt’altro. Semplicemente desideroso di “riscoprire una storia grande e terribile, senza reticenze sulle divisioni che la fondano”(8).

(1)M. Isnenghi, Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza, Roma-Bari 2011
(2)S. Biguzzi, Un’Italia in mille riflessi, “Il Giornale di Vicenza”, 19 maggio 2011
(3)M. Isnenghi, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai nostri giorni, Mondadori, Milano 1994, p. 421
(4)Id, Storia d’Italia, cit., p. 8
(5)Ivi, p. 200
(6)Ivi, p. 517
(7)M. Isnenghi, Percorsi della memoria italiana nella Seconda Guerra Mondiale 1940-1945, in V. Paticchia (a cura di), Percorsi della memoria 1940-1945. La storia i luoghi, Istituto per i beni artistici e culturali, Bologna



(8)Id, Storia d'Italia, cit., p. 10