venerdì 18 aprile 2008

The phantom


Se ne è andato ieri Danny Federici, tastierista della E Street band, dopo tre anni di lotta con il melanoma. La sua ultima apparizione in concerto lo scorso 20 marzo, ad Indianapolis, con una stupenda esecuzione di Sandy (che potete vedere sul sito di Bruce http://www.brucespringsteen.net/) e di atri tre pezzi.
Danny era nato il 23 gennaio 1950 a Flemington, NJ, aveva iniziato a suonare la fisarmonica a sette anni guardando il Lawrence Welk Show sulla ABC. Era detto “The Phantom” da quando durante un concerto degli Steel Mill - una delle prime band di Bruce - al Clearwater Swim Club di Atlantic Highlands, l’11 settembre 1970, si scatenò un rissa tra pubblico e poliziotti e Danny si eclissò magicamente.
“Danny ed io”, ha dichiarato Bruce, “abbiamo lavorato insieme per 40 anni. Era il più meraviglioso e fluido tastierista del mondo e un musicista naturale. L’ho amato moltissimo: siamo cresciuti insieme”.
Quanto a noi fans, sappiamo che la recente morte di Terry, assistente e amico carissimo di Bruce e ora quella di Danny rappresentano la fine di un ciclo. Con questo tour che si protrarrà fino ad ottobre finiranno probabilmente le scorribande della E Street band per il mondo.
Roma, Nizza, Londra, Parigi, Verona, Antwerp, Milano, Barcellona, Firenze, Genova, Napoli, Madrid...40 concerti in giro per il mondo con gli amici, con Bruce, con Danny.
A giugno, il 16, saranno 20 anni dal primo; sempre a giugno, il 25 sarà il 41esimo.
Addio danny

mercoledì 16 aprile 2008

sinistra extraparlamentare

Che l’Italia fosse un paese ad alto rischio sismico lo sapevamo da tempo, ma quanto è recentemente avvenuto alla politica nostrana va ben oltre le comuni previsioni. La sinistra non c’è più, almeno in Parlamento.
Non perderò tempo a disquisire di riformismo, massimalismo, migliorismo, socialismo, comunismo per cercare di capire se almeno una di queste anime sia ancora viva…semplicemente non è così. Il Pd non è un partito di sinistra e questo chiude il discorso.
“Sinistra extraparlamentare” titola il Manifesto, quasi con un senso di soddisfazione secondo Michele Serra, con amara ironia dico io. Mi dispiace che Serra si sia riscoperto un moderato, realista direbbe lui. Ci fa la lezione sull’antiberlusconismo, sul coraggio di saper governare, e sul fare politica come “atto compromissorio e promiscuo”; dimentica che non è stata la sinistra arcobaleno a far cadere il governo Prodi e non è stata la sinistra arcobaleno a non volere l’alleanza col Pd. Se oggi comunismo e socialismo – due delle tre realtà culturali, politiche e sociali che hanno dato vita alla Repubblica – non ci sono più, lo dobbiamo a questo ignobile sistema elettorale e a chi lo ha cavalcato togliendo a milioni di persone rappresentanza parlamentare.
Già, perché la tanto ricercata governabilità porta con sè il soffocamento di voci e idee e peggio ancora del dissenso, che è il succo della democrazia. Tutta la sinistra radicale, il Psi, la Destra e i partitini sparsi nel panorama elettorale, mettono su un 6/7% di elettorato, due milioni e mezzo di elettori, 4 milioni di italiani che non hanno più voce. E questo sarebbe il trionfo della democrazia di cui tanto si parla?
Mi ribattono che tutti i paesi democratici hanno soglie di sbarramento e rappresentanza limitata, eppure nessuno si sogna di considerare la Germania, il cui modello ricalchiamo, un paese non democratico.
Rispondo che ho sempre considerato la democrazia come un fattore variabile, come un punto immaginario dal quale ci si può distaccare senza perdere necessariamente la qualifica di “democratico”. E’ ciò che da anni succede agli Stati Uniti, sempre più lontani da quel concetto di democrazia pura che ho in mente.
E’ un giorno triste per questo paese e per chi lo abita.
Di ciò mi prendo le mie responsabilità. L’astensionismo che ho professato ha contribuito a non far arrivare la sinistra arcobaleno alla soglia del 4%, ma se il mio è stato un errore politico (e non lo considero tale), il loro (di chi ha voluto, fatto sopravvivere e cavalcato – caro Walter – questo sistema elettorale) è stato un atto vile che si fa beffa di quella stessa democrazia di cui amano tanto riempirsi la bocca.

martedì 1 aprile 2008

voto o non voto? una risposta

Come promesso eccovi alcune riflessioni su quanto riportato nel post di ieri:

Lo stato d’animo è condivisibile, pur fra alcune divergenze. Anche io due anni fa tra mille dubbi ho concesso il mio voto alla sinistra dell’Unione condividendo una piccola, quasi infinitesima parte del suo programma di governo. Oggi cerco ma non trovo nel suo operato le cose che ho sempre considerato elemento primario di ogni azione di governo: diritti civili, laicità dello Stato (su questo vi prego sentitamente di insistere di più), politiche più umane per gli immigrati e una sana lotta alla precarietà nel mondo del lavoro. La delusione su questi temi è enorme e poco mi consola aver notato un condivisibile atteggiamento, solo quello purtroppo, su un tema a me caro quale il sostentamento alla scuola pubblica e la riproposizione del concetto di istruzione come valore a sé più che come semplice anticamera del mondo del lavoro.
Parenti, colleghi, amici rivendicano e spesso pretendono il “voto utile”, quello che ci permetta di tenere a distanza il nemico numero 1. Non comprendono che ai nostri occhi appare palese l’esistenza di un nemico n. 1, ma altrettanto chiara è la presenza di un nemico n. 2 (Le due destre, alla faccia dei detrattori di questa interpretazione – Pasquino per dirne uno – esistono e i recenti programmi di governo stanno lì a confermarlo).
Qualche perplessità la nutro sull’utilità dell’astensione, non lo nego. Non mi soffermo con voi – ho dovuto farlo con altri – nel ribadire come l’astensione non sia nel mio/nostro caso una forma di menefreghismo ma, vi cito, una posizione partecipante. Ha ragione Maria Carmela – che non conosco peraltro - [autrice di altro intervento che non rendo pubblico] nel dire che i governi sanno galleggiare bene su queste acque ed è per questo che dobbiamo riuscire a renderle più mosse, militando in qualche forma. L’appello lo rivolgo a me stesso in primis visto che solo di recente ho cominciato a dare un po’ di concretezza, un po’ di azione alle mie idee.
L’idea di un comunicato ha un senso, purché non sia isolata, purché non la si sovraccarichi di potenzialità; siamo troppo a ridosso delle elezioni per poter pensare a risultati concreti, anche nell’ipotesi migliore in cui la stampa decida (chissà perché poi?) di darle eco.
La critica al verticismo dei partiti è pienamente sottoscrivibile e una riformulazione dal basso del processo di partecipazione politica è auspicabile. Ma questo potrebbe essere un fattore dirimente. Siamo certi che la via partitica sia la strada più congeniale per far politica?
Discutiamone. Incontrarci non può che far bene, se non altro per un confronto personale. Io ci sto.
Luca