martedì 15 maggio 2012

altra segnalazione

Giovedì prossimo, 17 maggio, alle ore 17, presso il Palazzo della Provincia - Sala Di Liegro, Piero Bevilacqua presenta il suo Elogio della radicalità, Laterza.
Per coloro che fossero impossibilitati a venire, l'autore mi ha detto che entro la fine di maggio presenterà di nuovo il volume a Roma, presso un centro sociale.
Vi terrò informati.
Luca

lunedì 7 maggio 2012

segnalazione

Da Garibaldi ai giorni nostri. Martedì 8 maggio, alle 12.25 su Rai3, a "Le Storie - Diario Italiano", Corrado Augias insieme allo storico Mario Isnenghi affronterà un viaggio nella memoria storica del nostro Paese per capire l'Italia di oggi....


NON PERDETELO!

giovedì 5 aprile 2012

OLTRE IL MODERATISMO TOTALITARIO

Chi conosce bene la produzione storiografica di Piero Bevilacqua, dagli studi sul mezzogiorno e sull’agricoltura contemporanea a quelli sull’ambiente, passando attraverso alcune acute riflessioni sul metodo storiografico, sa bene quanto il suo ultimo lavoro, Elogio della radicalità[1], costituisca la naturale evoluzione di un percorso di approfondimento del territorio, degli uomini che lo abitano e dei fenomeni naturali ed economici che lo regolano.
“Essere radicale significa cogliere le cose alla radice” ha scritto Marx, da cui l’importanza dell’analisi dello storico nel restituire ai processi economici la completezza del loro divenire. Comprendere la genesi e l’evoluzione di un fenomeno è la condizione minima non solo per analizzarne gli squilibri e le devianze ma anche per prospettarne il superamento. Che è intento dichiarato dell’autore. Risvegliare cioè i cittadini, i politici, la stampa da quel “lungo e profondo sonno dogmatico” che dura ormai da più di trent’anni. Un sonno che ci ha condotti ad abbracciare le tesi ultraliberiste che da Reagan a Bush, dalla Thatcher a Berlusconi hanno sregolato il mercato, depotenziato i meccanismi di controllo e detassato la produzione di flessibilità, generando precarietà e povertà diffusa.
Nuove porte, nuovi scenari si aprono oggi, perché nuovi soggetti si affacciano sulla scena della povertà, soggetti che a lungo ne erano rimasti fuori, riuscendo, seppur marginalmente, a essere parte integrante della grande recita dello sviluppo senza limiti. Questi soggetti – la cosiddetta middle class – vengono ora risucchiati dal vortice della crisi sistemica che colpisce il mondo occidentalizzato, non solo col calo dei salari e l’aumento della precarietà, ma anche con l’aumento dell’orario di lavoro e il disconoscimento di alcune importanti conquiste nell’ambito dei diritti alla sicurezza e alla rappresentanza sul lavoro. A ciò si aggiunga poi il perdurante declino della qualità dei servizi offerti e del loro costo sempre più elevato (acqua, trasporti, sanità, scuola…).
L’ampliamento del bacino degli insoddisfatti, il loro ingresso nel mondo della povertà e in alcune realtà dell’indigenza, sul piano statistico e sul piano umano rappresenta indubbiamente una sconfitta delle società contemporanee, ma sul piano delle potenzialità rivendicative segna un punto a favore in mano a chi vuole uscire dalla crisi attraverso un ripensamento dei meccanismi di crescita economica se non attraverso un ripensamento della crescita stessa. Interrogarsi su come uscire da questa impasse è oggi non solo importante, ma necessario, purché – sostiene Bevilacqua – lo si faccia con la consapevolezza che questo non è il tempo delle aspettative palingenetiche e che “il nuovo edificio si costruisce anche con molti materiali già pronti, con i mattoni già accumulati che lo sviluppo capitalistico e le lotte operaie e popolari ci hanno lasciato in eredità”[2].
Il primo passo consiste certamente nel restituire credibilità alla politica, svincolandola dall’economia. Da molti anni ormai lo Stato è tornato a presentarsi – per dirla ancora con Marx – come il “comitato d’affari della borghesia”. Si è verificato cioè un processo di rifeudalizzazione dello spazio pubblico. Il revolving door (porta girevole), col quale si indica l’abitudine continua allo scambio di ruoli e poltrone tra politica ed economia, è divenuto prassi comune a tutti i paesi industrializzati, in modo particolarmente evidente in Italia.
In questo scenario, secondo l’autore, pur valorizzando le iniziative dal basso, le potenzialità della società civile e l’uso dirompente che essa può fare e già fa della Rete, occorre recuperare i partiti alla politica, svincolarli dalle corporations e restituirli alla rappresentanza cittadina che vede in loro sempre più lo strumento principale della degenerazione morale.
Non solo i partiti, però. Già con Sull’utilità della storia, poi ancora con Miseria dello sviluppo, Bevilacqua ha colto la straordinaria trasformazione mentale che avrebbe dovuto attraversare il cittadino e il cittadino-consumatore nel ripensare se stesso, nel riformulare i propri bisogni e le proprie aspirazioni. Oggi, del resto, “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”[3]. Rimpicciolire gli uomini, pertanto, quanto ai consumi; ampliarli, invece, nelle loro ambizioni.
Una siffatta coscienza mentale, critica e individuale, però, sarà possibile solo se riusciremo a restituire ai saperi umanistici l’importanza che meritano, solo se sapremo restituire ad essi la centralità perduta negli spazi educativi, quelli universitari principalmente[4]. Per far ciò, la scuola e l’università – come la politica – dovranno emanciparsi dall’economia, rifuggendo l’idea di un’istruzione tutta tesa alla preparazione al mondo del lavoro, a creare il soldato di fabbrica, privo di aspirazioni, già pronto mentalmente alle dinamiche d’impresa, ai crediti, ai corsi compatti, al marketing, alla pubblicità e all’idea che la cultura sia solo anticamera del profitto. Lo studente dovrà invece riscoprire la sola gioia di coltivare il proprio intelletto e sviluppare una concezione critica del mondo, perché la cultura non è merce ma arricchimento spirituale. Ed è proprio la cultura che può aiutare – nota l’autore – a smascherare le falsità del moderatismo contemporaneo, che altro non è che una nuova forma di totalitarismo imperante. Il capitalismo, la sola bandiera che sventola nelle case dei moderati, “è una architettura fondata sul potere dell’egemonia”, radicata nelle coscienze dei cittadini, dei consumatori. Solo quelle coscienze potranno rompere l’asservimento egemonico al mito della crescita che ormai da anni si è dimostrato incapace di rigenerarsi e di porre riparo ai danni causati. Solo quelle coscienze, riscattandosi, potranno restituire al nostro mondo “la capacità di pensare al di fuori del recinto delle necessità capitalistiche”[5]
[1] Laterza, Roma-Bari 2012
[2] Ivi, p. 61
[3] Id, Miseria dello sviluppo, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 73
[4] Sul ruolo dei saperi umanistici e sul moderno asservimento dei saperi scientifici alle ragioni del mercato e della produzione industriale, Id, Saper umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in Id (a cura di), A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011, pp. 3-19.
[5] Id, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, p. XXIX

mercoledì 29 giugno 2011

Una certa idea di Italia

Un viaggio in Italia, più che una storia d’Italia. Non ha remore Isnenghi nel confessare al lettore che il titolo originale, Caleidoscopio italiano, avrebbe reso meglio il senso complessivo di un libro(1) nel quale alcune personalissime scelte, fra tutte quella di espungere l’economia da questa grande narrazione, offrono al lettore non solo la storia nazionale, ma il punto di vista dell’autore, il suo itinerario personale.
Come spesso accade, poi, i sottotitoli ci rivelano la natura dei testi, quanto meno ci forniscono un’idea chiara delle direttrici attorno le quali si muovono. Ecco così che percezione diviene la lente attraverso la quale l’autore snoda le vicende del Paese-Italia e del suo farsi nazione. Non solo la nazione come fatto compiuto, ma il modo in cui è stata pensata, narrata e appunto percepita.
Il Caleidoscopio, “magico marchingegno pieno di specchietti e frammenti di vetro colorato”(2), non può che condurre l’autore al mondo dei letterati, al romanzo, alle poesie, alle memorie di guerra. Sentieri a lungo percorsi da Isnenghi nei suoi pionieristici lavori di gioventù: da I vinti di Caporetto e Il mito della Grande guerra, che sul finire degli anni sessanta stravolsero la concezione della Grande guerra come guerra patriottica, fino ai lavori più maturi L’Italia in piazza e Le guerre degli italiani, per citarne due, che solo per poterli pensare “bisognava aver frequentato a lungo una bibliografia varia ed eclettica, senza eccessivi rispetti per i perimetri disciplinari”(3).
Doppiezza identitaria e conflitto, assieme a percezione, sono i concetti chiave di questo straordinario libro. Il primo nasce e si perpetua dal Risorgimento a oggi nel contrasto tra le molteplici italie statuali e l’ideologia cattolica; il secondo prende forma nella consapevolezza che “la storia non è unilineare, ma molteplice e conflittuale, continuamente costruita e messa in forse”.
Doppiezza identitaria e conflitto si incontrano nel continuo scontro tra Religione e Politica, “che è l’anomalia italiana più incisiva” perché alimentata da una “sovranità sovranazionale incistata in quella nazionale”(4). E questo è il limite del progetto identitario italiano, una doppia appartenenza ideologica e valoriale che è alla base del decadimento del civismo del nostro popolo. Una constatazione che rende esplicita la componente anticlericale di questo affresco dell’Italia e che porta l’autore, al di là della cifra stilistica, ad amare Nievo più che Manzoni, rappresentante, quest’ultimo, di una concezione ideologica moderata, quindi arretrata, del processo di formazione nazionale.
Emblematico di questo conflitto è il percorso umano e letterario di Antonio Fogazzaro,

[i cui] trent’anni di scrittura, accompagnati da un più dilatato tempo di lettura, affrontano temi cruciali del vivere insieme in un paese cattolico come l’Italia; che ha appena compiuto i suoi atti generativi senza e contro la Chiesa e la religione maggioritarie, e ne è ancora tramortito e offeso. Tutta l’opera che chi legge ha in questo momento per le mani pone al centro questa congenita duplicità, la doppia cittadinanza dell’italiano – allora e oggi – come l’anomalia italiana e, nello stesso tempo, l’essenza dell’italianità. Non siamo liberi, siamo doppi, titolari di una cittadinanza sempre insidiata, dall’esterno e – ciò che conta ancor più – dal nostro stesso interno(5).

Fogazzaro è il testimone di un conflitto-nel-conflitto che nel lacerare l’Italia lacerò la stessa Chiesa, presa tra i fuochi poco amichevoli dell’Opera dei Congressi e dei giovani democristiani, dei modernisti e degli antimodernisti. La forza di questi scontri – ci rivela Isnenghi – palesa come l’identità religiosa dei cattolici comporti conseguenze sull’identità civica degli italiani. Ma, non ci si illuda, alla lunga la Chiesa ne uscirà bene. Il radicamento sociale delle Leghe bianche e delle parrocchie e le corsie preferenziali concesse dallo Stato laico nel mondo dell’educazione scolastica (educazione, non istruzione!) le lasceranno, pur nel rifiuto della rappresentanza politica, un consenso assai ampio.
L’Italia emerge da questo affresco come un paese tutto da fare. Il paese dei micromondi ai più ignoti, dell’ignoranza reciproca fra aree e culture regionali, delle cento città e dei diecimila paesi e delle migliaia di migranti in fuga. Il paese di un Mezzogiorno tutto da scoprire, anche con le dure lacerazioni della guerra ai briganti.
Su questo retroterra agiscono fattori formativi, unificanti, con forme e contenuti imprevisti. La cucina di Artusi “catechismo delle massaie e teologia del gusto”, la monumentomania esplosa negli anni ottanta del XIX secolo, la letteratura per l’infanzia e quella femminile, le inchieste sociali, i manuali di comportamento, il civismo formativo dei poeti-Vate (Foscolo, Carducci, Pascoli, D’Annunzio). Ma agiscono anche le istituzioni – la scuola e l’esercito principalmente – e le ideologie forti (quella cattolica e quella socialista), tendenzialmente totalitarie con il loro associazionismo radicato nel territorio, contadino più che urbano.
Poi la Grande guerra. Terreno assai fertile per Isnenghi, che in più di quarant’anni di studi e riflessioni ha percorso in lungo e largo. Proprio la Grande guerra assurge a emblema del farsi italiani, prima nelle speranze del radiosomaggismo, poi nelle formulazioni forzate dei bilanci a posteriori. La scommessa di un interventismo a più voci per una guerra portatrice di “una saldatura lasciata in gran parte irrisolta dal processo di unificazione nazionale”. Una scommessa persa.
La Grande guerra, infatti, luogo d’elezione delle tre italie in formazione, rinnova i conflitti, lacera, perpetua quel senso di doppia cittadinanza e lo fa per molte vie: l’irredentismo (duro e affascinante il dialogo a distanza, fra storia individuale e memoria nazionale, tra i diversissimi trentini Battisti e De Gasperi); i preti austriacanti, la dottrina spersonalizzante di padre Agostino Gemelli, i cappellani militari, militi, tutti quanti, dell’esercito della Chiesa, non dello Stato, che ama certamente la patria, ma che la vuole diversa, “clericale, non anticlericale, restaurando omnia in Christo”.
Così la Grande guerra pone le basi dell’Italia concordataria e avvia quel processo di affossamento delle ambizioni da paese laico che il ’29 porterà a compimento. Affossa anche le speranze dei molti che, come Giani Stuparich, vi avevano partecipato indossando la camicia rossa sotto la divisa grigio-verde, costretti a scoprire presto, nell’inferno della trincea e sotto i colpi della giustizia militare, di aver sbagliato guerra.
Il caleidoscopio si sposta poi sul dopoguerra e sul fascismo, trionfo della conflittualità, per mano, principalmente, dello squadrismo, “quello strisciante del dopoguerra, e poi quello insurrezionale del ’22, con le riprese mirate del ’24, e i rinnovati eccidi del ‘25”; ma anche, sul fronte opposto, per merito dell’antifascismo, degli esuli (intellettuali militanti) e di chi non se ne va e rimane in patria a pensare – se non può fare – un Italia diversa da quella del Duce.
Una diversa Italia continua a pensarla anche la Chiesa, che non disdegna l’uomo della Provvidenza, anzi, ci va a braccetto, ma che s’irrigidisce quando quello si prende la libertà di voler educare i giovani, piatto forte della dottrina cattolica.
La pensano poi i Resistenti, cui l’8 settembre consegna il diritto/dovere ad una scelta netta di campo, anche perché “se c’è una stagione in cui le rotte come naufragio obbligano a definire una rotta – la vecchia o la nuova – come itinerario, è proprio questa”(6). Ma c’è chi si sottrae – e son molti – preferendo via via esaltare la terzietà delle proprie posizioni, più spendibile sul piano elettorale e capace di cogliere ai giorni nostri il plauso dei benpensanti. E’ il caso, ancora una volta, della Chiesa...

Lasciar fare agli altri, aspettare che coi Tedeschi chiudano i conti gli Alleati, è solo questione di giorni. Accettarsi per quello che si è, remissivamente: dei vinti e dei marginali. Un penoso rientrare in se stessi, l’abdicazione di ogni senso dello Stato, la fine dell’“Italia [che] farà da sé”: un processo storico fallimentare al termine del quale ciò che resta in piedi è l’eterno destino guelfo del popolo italiano.

...ma non solo di essa. Ovunque "riaffiorano le virtù del non fare, rispetto al rischio di fare; le arti dell'astensione e del nascondimento; aspettare che passi, disarmati, restarsene su in alto, negli antichi borghi, sperando che gli armati si scannino a valle, con la loro guerra e le loro ideologie e politica, e se ne vadano prima o poi altrove"(7).



La Repubblica nasce così con lo spettro delle divisioni, ereditate dalla storia patria e dai condizionamenti sovranazionali. Nasce e cresce immersa nei molti “a prescindere” della propria storia: a prescindere dalla Costituzione, a lungo inattuata; a prescindere dal fascismo, perpetuato nelle leggi, eluso nelle riflessioni e usato in sede elettorale; a prescindere dal collaborazionismo della Chiesa e della pervasività della sua dottrina. Nasce col più grande partito comunista d’occidente, buttato via sul finire del secolo nella spasmodica ricerca di sentirsi parte di un paese normale, destino che la sorte non ci ha concesso. Epilogo triste che accomuna i due amici /nemici della sinistra italiana, Pci e Psi, quest’ultimo affossato ideologicamente proprio da chi si apprestava a farne il partito di governo.
Un Isnenghi antitaliano? No, tutt’altro. Semplicemente desideroso di “riscoprire una storia grande e terribile, senza reticenze sulle divisioni che la fondano”(8).

(1)M. Isnenghi, Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza, Roma-Bari 2011
(2)S. Biguzzi, Un’Italia in mille riflessi, “Il Giornale di Vicenza”, 19 maggio 2011
(3)M. Isnenghi, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai nostri giorni, Mondadori, Milano 1994, p. 421
(4)Id, Storia d’Italia, cit., p. 8
(5)Ivi, p. 200
(6)Ivi, p. 517
(7)M. Isnenghi, Percorsi della memoria italiana nella Seconda Guerra Mondiale 1940-1945, in V. Paticchia (a cura di), Percorsi della memoria 1940-1945. La storia i luoghi, Istituto per i beni artistici e culturali, Bologna



(8)Id, Storia d'Italia, cit., p. 10

mercoledì 17 marzo 2010

indagine sociologica

Un caro amico ha chiesto a me e ad altre persone, credo per una indagine sociologica, di rispondere in modo sintetico ad alcune domande di carattere politico/sociale.
Eccole:
1) Come descriveresti la distanza che corre tra il mondo della politica, degli affari, con il resto della società?
Ha scritto recentemente lo storico Piero Bevilacqua, “il capitalismo, da quando esiste, […] ha cercato sempre di impossessarsi delle conoscenze tecnico-scientifiche per trasformarle in forze produttive, per accrescere la propria potenza attraverso l’innovazione tecnologica”.
La distanza tra la società e il mondo degli affari, che oggi combacia sostanzialmente con quello della politica, è tutta in questo gioco delle parti. Il cittadino appare sempre più come strumento di un meccanismo produttivo del quale è fattore manuale ma sul quale agisce solo alimentandolo. Mai come fattore propulsivo, mai come beneficiario.
I media giocano su questo un fattore determinante, descrivendo un mondo immaginifico e producendo un meccanismo di continua insoddisfazione per ciò che siamo e per ciò che abbiamo che fa sì che ancor prima che uomini e cittadini noi ci si senta consumatori.

2) Come descriveresti le ingerenze del mondo della politica, degli affari, sul resto della società?
Pervasive. Il sistema economico, almeno sino agli anni ottanta, si è sviluppato sì sulle spalle del consumatore, ma generandosi in proprio. L’ha fatto cioè costruendo nuove fabbriche, nuovi uffici, nuove aziende e da lì promuovendo nuovi prodotti e idee.
Negli ultimi venti anni, invece, il sistema affaristico si è insinuato nelle strutture statali, scuole e università principalmente, per plasmarne i sistemi di funzionamento in un ottica di tipo imprenditoriale. Le tre “I” di Berlusconi (impresa, inglese, informatica) al centro delle sue politiche per la scuola, sono l’esempio degenerativo di una istruzione sempre più protesa a formare il lavoratore più che l’uomo, a formare una mentalità gregaria più che una coscienza critica.
La stessa valutazione in crediti rimanda ad una concezione utilitaristica e professionale, affaristica in sostanza, che dovrebbe essere avulsa da ogni forma di istruzione.

3) Nel lavoro, negli affetti, nella vita di tutti i giorni, pensi ci siano delle forze che si possono solo subire (quali?)? Pensi ci sia un sistema prevalente di fare e di pensare imposto (quale)?
Sono convinto della forza dirompente delle forze in atto nel nostro mondo nonché del fascino perverso del pensiero unico. Tuttavia non credo alla loro ineluttabilità.
Internet, ad esempio, ha aperto a molti gli occhi su come si possa riuscire col dialogo, con la conoscenza e con quella che il grande sociologo Ivan Illich chiamava convivialità, a trasmettere il proprio sapere, fonderlo con quello degli altri e da tale fusione elaborare molteplici pensieri alternativi, molteplici saperi capaci di farci tornare ad essere protagonisti della nostra vita.
Pensiamo all’ambiente. Di certo se ne parla poco nel nostro paese, ma la conoscenza e la consapevolezza dei rischi per la nostra terra sono in crescita tanto nei governanti quanto nei governati.
Pensiamo al cibo, alla diffusione dei GAS (Gruppi di acquisto solidale) e dei punti vendita di prodotti naturali e biologici, che proliferano nonostante le devastanti politiche agroalimentari.

4) Tu, cittadino qualsiasi, come ti definiresti nel mondo di oggi?
Le definizioni sono rischiose. Ti portano a semplificare, a racchiudere mille stati d’animo in una parola dalla quale il lettore non potrà che enucleare solo una minima parte di ciò che tu ci hai messo dentro. Ed è proprio la semplificazione uno dei rischi che la società e i cittadini corrono di più.
Umberto Eco qualche hanno fa ha scritto: “Ci dicono che parliamo in modo troppo complicato. Imparino a parlare come noi”. La frase, per quanto brutale, racchiude la sostanza del nostro mondo. Dobbiamo farci forza della nostra ignoranza, perché è da essa che dobbiamo partire per crescere, culturalmente, quindi civilmente.
Si pensi alla lingua italiana. Il processo di alfabetizzazione, oggi quasi completato (si parla dell’Italia, ovviamente), è andato di pari passo con un degrado evidente della lingua e con una semplificazione tale per cui oggi conosciamo pochi vocaboli e soprattutto conosciamo gli stessi pochi vocaboli.
Il cittadino questo appare a miei occhi: un punto su una retta, una testa nella massa, una goccia qualsiasi nel mare. Volete proprio una definizione: anonimo.

5) Cosa ti fanno venire in mente le minacce? Ne hai mai subito qualcuna?
Rifuggo la tentazione di considerare minaccia ciò che invece essa è per molti. Cioè una sorta di avvertimento all’obbedienza come unica via per evitare ritorsioni fisiche.
Certo, la minaccia è anche questo, ma ai nostri tempi, è soprattutto qualcosa di più subdolo. Prefigura sempre un ricatto ma non lo fa col contrappeso della violenza fisica, bensì prefigurando l’esclusione.
Pensiamo in questo senso all’omosessualità, all’areligiosità o peggio ancora al sentirsi parte di un credo non ufficiale. Pensiamo a chi non veste alla moda, a chi porta cento orecchini o ha i capelli colorati. In questi casi il rischio è quello di non essere accettati, di essere emarginati perché diversi, perché al di fuori di quella normalità precostituita e rimodellata secondo le esigenze del dio mercato e di chi lo governa.

6) Nel tuo vivere la quotidianità, pensi che ci siano – intorno a te o contro di te – comportamenti intimidatori? Se sì, fammi qualche esempio.
Ci sono, ovviamente. La volontà del mio sindaco di chiudere i punti di ristoro orientali nel centro storico intimidisce la mia libertà di contaminarmi di culture diverse dalla mia.
La volontà dei governanti di imporre il sostentamento alimentare in stato vegetativo intimidisce il mio diritto ad una fine dignitosa.
La limitazione dei benefici fiscali alle sole coppie sposate intimidisce tutti coloro, me compreso, che non sentono il bisogno di legarsi per iscritto per amarsi veramente.
Le leggi razziste sull’eterosessualità come unica espressione normale del proprio sentire sessuale intimidisce la mia libertà di vedere appagati i diritti civili di alcune persone a me care.
Le leggi razziste e vergognose sugli immigrati, dalle classi speciali, passando per le schedature, l’obbligo di denuncia negli ospedali per gli extracomunitari, fino alla cacciata delle navi che si dirigono verso le coste nostrane, intimidisce me e chiunque abbia un po’ di buon senso, impedendoci di essere fieri del nostro paese.

7) Cosa ti fa venire in mente l'estorsione, anche se solo morale? Ti è mai capitato di esserne vittima, o ne conosci casi? Se sì, descrivi quali occasioni.
Non ho conoscenza diretta di fenomeni di estorsione, nel senso più comune del termine, quando, cioè, l’estorsione si manifesta come una costrizione diretta, non subdola, non implicita.
Se invece intendiamo per estorsione la capacità di saper ottenere una contropartita di qualunque natura con la minaccia sottesa, mai detta, mai paventata ma comunque sempre presente, quindi minacciata, allora il fenomeno è agli occhi di tutti.
In questo senso il mondo del lavoro mi sembra sia, soprattutto negli ultimi 15 anni, l’ambiente nel quale tale fenomeno dilaga con più facilità. Pensiamo alla precarietà e allo strumento di ricatto che offre al datore di lavoro. Sotto la minaccia del licenziamento io, datore di lavoro, posso estorcere il silenzio sindacale, la svalorizzazione delle funzioni, dei livelli, delle retribuzioni. Posso estorcere perfino la non gravidanza, per non parlare delle contropartite sessuali.

8) Alla luce di quanto scritto, facendo un’attenta riflessione di cronaca e storica, cosa ne pensi della definizione “società dell’intimidazione”?
Purché si abbia consapevolezza della parzialità di tale definizione, la ritengo appropriata.
Alcuni mesi fa mi trovai a riflettere con perplessità e preoccupazione, ma anche con un forte senso di smarrimento, sul concetto di integrazione. Lo stimolo venne da una pubblicità voluta dalla Presidenza del Consiglio sul tema. Venivano rappresentati immigrati di varia nazionalità che si integravano, almeno secondo i promotori, con la nostra cultura. La rumena che accompagnava la signora milanese cantando O mia bela madunina, l’egiziano pizzaiolo che lavorava cantando O sole mio, la giovane filippina che puliva canticchiando Roma nun fa la stupida stasera ecc..
Quel concetto di integrazione, pare evidente, era scevro da qualsiasi forma di contaminazione reciproca. Loro imparavano la nostra cultura, loro la facevano propria, loro si dovevano permeare di essa. E noi? Cosa ne è del nostro arricchimento culturale?
La società dell’intimidazione è questo. Intimidisce chi vi entra, imponendogli la rinuncia o la segretezza della propria cultura e delle proprie tradizioni e discrimina quegli italiani/occidentali che osano preferire le culture altre rispetto alla propria. Idea bislacca che molto più che nazionale appare provinciale.

sabato 27 febbraio 2010

strani incontri...

Lo so, lo so, un nuovo post dopo soli 5 giorni vi coglierebbe di sorpresa. Tranquilli, nulla di ciò. E' solo che a volte leggi delle cose, scritte da altri, che sembra ti siano state strappate dal corpo, dal cuore, dalla mente, dalla pelle. Ti viene quasi da dire...ma quando l'ho scritto? chi me l'ha rubato?
Poi, capisci semplicemente che è opera di un caro amico, di una persona che stimi e che in qualche modo hai scelto. Ve lo giro perché in questo scritto ci trovo lui, ci trovo me, il mio paese, le mie paure e il sigificato stesso del mio blog.
"Avete vinto, mi arrendo ed esco con le mani alzate…
Come al solito all’ultimo secondo. Con un balzo felino, malgrado l’età che avanza, riesco a saltare a bordo del 60 express un attimo prima che le porte si chiudano inesorabilmente alle mie spalle. In ritardo. Come al solito. Tutto come al solito. L’unica cosa che non è proprio solita è questa abbondante nevicata che, come un tempestivo scherzo di carnevale (oggi è venerdì grasso), si sta’ abbattendo su Roma. L’ultima volta che ricordo la neve scendere tanto seriamente sulla capitale avevo ancora nelle orecchie gli ultimi gorgheggi di Jim Kerr in un concerto terminato nel cuore della notte pochi minuti prima. Era il 1986, il Palalottomatica si chiamava ancora Palaeur, il buon vecchio Jim se la spassava con la Kensit ed io rincorrevo i bus senza affanno, beh, insomma, un secolo fa, o almeno così a me pare.
Oggi però ci da giù come allora e quindi mi accomodo seduto vicino al finestrino per godermela tutta ‘sta nevicata, finché dura. Soprattutto voglio godermi un popolo che con la neve non ha proprio niente a che fare. Vuoi che qualcuno non esca di casa con i doposci o cominci già a montare le catene all’automobile?
Mentre mi beo di cotanto natural-innatural paesaggio, una voce con un accento tutto fuorché romano mi interroga: “Tanta tanta neve eh?”.
Mi volto con la svogliatezza di dover rispondere solo per cortesia ad una domanda assolutamente retorica.
Rimango colpito da tratti che non riesco ad identificare. Occhi orientali, carnagione olivastra, capelli scuri mossi…Non è cinese, non è indiano, non è africano… Uno strano puzzle.
“Da dove vieni?”
La domanda mi esce quasi senza volerlo subito dopo aver bofonchiato un “Si, si, tanta neve..”
“Da dove vieni?” E’ stata la prima domanda che ho fatto ad un ragazzo sconosciuto, di circa 23-25 anni, che commentava il tempo su di un autobus.
“Afghanistan” mi ha risposto, per niente stupito dalla richiesta. “Beh voi siete abituati a tanta neve o no?” ho aggiunto senza riflettere che poi, in realtà, ne so una sega io di quanta neve faccia realmente in Afghanistan. “Di quale città dell’Afghanistan?”, “Da quanto sei in Italia?”, “Dove sei stato prima?”, “Da quanto manchi da casa?”, ho continuato nell’interrogatorio.
Ma chi sono io, un poliziotto, un funzionario del ministero, perché mai dovrebbe rispondermi?
Ed invece lui risponde, in un italiano stentato, per educazione più che perché realmente comprenda il perché di tante domande.
Tra le braccia stringe uno zainetto, tenendolo ben fermo a sé. Con una accortezza che non mi sembra naturale. Ecco il vero perché delle tante mie domande. E’ questo il vero motivo. Non una curiosità filantropica. Quello zainetto l’ho notato subito anche se non voglio ammetterlo.
Ho notato che lo tiene ben fermo tra le braccia e le gambe. E forse tutte le mie domande sono mirate a saperne di più su di un afgano che, non so per quale motivo, si trova seduto accanto a me.
Davanti a noi un gruppo di ragazzi in età da liceo. Ragazzi come ne abbiamo intorno a centinaia ogni giorno. Griffati da capo a piedi. Tutti cuffia-cellular-ipod muniti. Urlanti, spintonanti. Nei loro discorsi il cazzeggio tipico dell’età ma svuotato degli ovvii riferimenti alla prof rompiballe piuttosto che all’ultimo flirt che ha fatto parlare la classe.
Parlano di squadre di calcio (ma inglesi), di personaggi di cui non conosco neanche il nome (famosi per chi?), di quanti soldi costa quel vestito, quanti quel televisore al plasma (no, dico, un televisore, mica una moto o un’auto…)
Ho pensato che chi mi, ci ha portato a questo, ha già vinto. Non so chi o cosa sia. Non so se è colpa della tv o del potente di turno. So che invece di preoccuparmi di una gioventù omologata e vuota sono portato a preoccuparmi di un ragazzo straniero. Che uno zaino che doveva significare viaggio e conoscenza vale oggi sospetto e timore. So, quindi, che l’obiettivo è raggiunto. Io, che mi ritenevo scevro da tali condizionamenti, ci sono caduto. Come l’ultima massaia di Voghera.
Ho timore del nuovo, del diverso, dell’inaspettato. Ho più paura di Mohammad, così si chiama il mio vicino di posto, che viene da Kandahar e manca da cinque anni da casa, di quanta ne dovrei avere del Tommaso che con lo sguardo vuoto mi fissa dopo avermi urtato per cinque volte continuando a smanettare sulla tastiera invece di “sorreggersi agli appositi sostegni…”.
Ok. Avete vinto. Forse non merito neanche l’onore delle armi.
Mohammad cede il posto ad una signora, io gli auguro buona fortuna e lo saluto. Scendo dal bus, ha smesso nevicare. Forse è tutta colpa delle neve (ha veramente nevicato poi?), o forse come detto all’inizio sto semplicemente invecchiando.
L’unica cosa che so con certezza è che, malgrado tutte le mie resistenze, il mondo che mi circonda mi sta’ lentamente, subdolamente, inesorabilmente cambiando. In peggio".
Paolo Flamini

lunedì 22 febbraio 2010

Da Marcuse a X factor passando per Craxi [seconda parte]

Il libro di Crainz (Autobiografia di una Repubblica, Donzelli) sembra voler sorvolare orizzonti più ampi, almeno cronologicamente. Difatti, quando ci si pone il problema di scoprire le radici dell’Italia attuale, il pensiero porta ai limiti della Riforma protestante in Italia (tesi di gobettiana memoria), agli anni dei Comuni, al ruolo della Chiesa nel frenare il riformismo rivoluzionario francese tra diciottesimo e diciannovesimo secolo…
Ma Crainz non appartiene alla schiera di coloro che credono nelle tare millenarie, nei difetti genetici dei popoli e delle nazioni e la risposta a domande come che paese siamo? (Bocca) o dove è iniziata la mutazione genetica? (Scalfari) vanno ricercate in un passato più recente, nella crisi della Repubblica.
Una repubblica che portava con sé del marcio, questo è fuor di dubbio: l’abusivismo, l’incapacità di programmare una sana azione economica, la pervasività dei partiti…sono esempi a campione di un deficit civile prima che politico. Ma quella stessa repubblica aveva coltivato in sé, forse proprio grazie a quella dimensione totalizzante della politica, il germe di una forza di reazione e di cambiamento che in dieci anni trasformò la concezione stessa di cittadino.
I giovani del ’68 furono i primi protagonisti di questo vento di cambiamento. La scuola non li rappresentava più con quel mix di classismo, autoritarismo e nozionismo che segnavano una distanza abissale dalla società moderna.
Sono stanchi di copiare il Partenone diceva Camilla Cederna in merito alle agitazioni degli studenti di Architettura.
Le assemblee divennero così un luogo di formazione e di circolazione delle idee. Forse gli studenti appresero in quegli anni meno nozioni, ma impararono a pensare, impararono a scegliere.
Poi il fenomeno si estremizzò, prima in battaglie sociali encomiabili come quella sui manicomi, poi esasperando la connotazione politica, nelle fabbriche soprattutto, dove il movimento si sfilacciò, confluendo in parte nei gruppi extraparlamentari, in piccolissima parte nei gruppi terroristi.
Ma già agli inizi degli anni settanta la partecipazione aveva assunto caratteri diversi, ideologici più che spontanei, come ben sottolineato da Vittorio Foa (“il movimento non si espanse nelle fabbriche, vi si chiuse[…] straordinarie energie giovanili furono disperse nel riscoprire e ripetere la Dottrina”).
Il declino, quello civile quanto meno, non ha inizio con la crisi petrolifera, con l’aumento della disoccupazione e del lavoro nero. Ha inizio col crollo delle certezze, della passione, dei riferimenti. Della Russia si sa ormai tutto, di Mao si comincia a sapere. Il mito del Vietnam si infrange di fronte alle immagini del “boat people”, migliaia di vietnamiti in fuga dal regime in condizioni disperate; sorte simile accade al simbolo dei simboli, la classe operaia, che appare ora come classe garantita, quella del posto sicuro e delle pensioni che non si toccano, anche e soprattutto se le aziende sono in deficit.
Questi sono accenni di un cambiamento che gli anni settanta facevano presagire e che gli anni ottanta normalizzarono.
Se ne accorsero per primi – ci racconta Crainz – pochi ma illuminati osservatori, come Enzo Forcella che cominciò a parlare di riflusso; Eugenio Scalfari, che sottolineava come il “travoltismo” della Febbre del sabato sera attirasse i giovani molto più delle lotte; o come Alfonso Madeo che annotava l’impressione di “una normalità consueta, alacre, ordinata. Un silenzio che infastidisce, che comunica una sensazione di angoscia”. I crocchi politici erano stati sostituiti da “una fila di bancarelle proprio simili a quelle che affollano Piazza Navona: poster, calendari, cinture, stuzzicadenti, bicchieri, corde, paralumi, cravatte, giacconi, dischi, cianfrusaglie”.
Uno scarto netto, una cesura pian piano sempre più evidente della quale Roberto Roversi seppe disegnare i contorni a disfacimento in corso (“nel Settanta si pensava a tutto/negli anni Ottanta si è perduto tutto”).
Emergevano nuovi ceti, nuovi bisogni, nuove aspirazioni. Un individualismo da corsa all’oro e un senso di continua insoddisfazione per una ricchezza fuggevole anche se apparentemente dietro l’angolo. Tutto ciò prendeva il posto di quelle rivendicazioni comunitarie, etiche e di principio che avevano mosso la società civile del tempo.
La trasformazione fu quindi economica e sociale ancor prima che politica. La politica, tuttavia, non tardò molto a comprendere quale terreno fertile si celasse dietro i nuovi valori.
Il Psi di Craxi fu il partito che meglio cavalcò le esigenze dei nuovi strati sociali. Ma con esso, e anche per suo tramite, a farsi portatori della nuova politica fu un immenso ceto di amministratori di enti, banche, patronati, sindacati; o, come ci ricorda Silvio Lanaro, le undicimila cariche di nomina politica delle USL immediatamente occupate da “giovani faccendieri in ascesa, opachi funzionari di seconda fila, apprendisti pronti a esibirsi su altri palcoscenici, ex deputati, ex sindaci, ex assessori”. Il tutto coronato da un aumento a dismisura dell’indebitamento pubblico e della corruzione.
Ma Crainz sa perfettamente che la corruzione non nasce con gli anni Ottanta. Se già nel 1980 Giorgio Galli poteva commentare lo scandalo dei petroli invitando a non definirlo scandolo perché in realtà specchio di un sistema ben noto, è evidente che gli anni settanta già conoscevano i contorni dell’affarismo. Tuttavia gli Ottanta ci consegnano, ricorda Crainz, due elementi di novità: la diffusione capillare dell’intreccio tra affarismo e “personaggi investiti da mandato di rappresentanza” e, ancor più grave, un senso di rassegnazione dei cittadini di fronte alle storture e alla semplice esistenza di tale (male)affarismo.
Fu su questo terreno che le leghe poterono affermarsi. Fu sempre su questo terreno che Tangentopoli seppe generare solo giustizialismo, un comprensibile bisogno di giustizialismo delle persone, ma completamente privo di risveglio civile.
Un nuovo senso di smarrimento del quale, questa volta, fu proprio l’affarismo, in prima persona, a farsi salvatore. E lo fece scaricando il fardello sui partiti, cavalcando l’onda di un’antipolitica radicale, almeno fino a quando non si trattava di ricevere i soldi del finanziamento pubblico e/o i rimborsi elettorali.
Il nuovo stile politico, del resto, Scalfari lo aveva intuito già sul finire degli anni Ottanta, a margine di un commento sul predicatore Celentano a Fantastico: “l’uomo di successo che si è fatto da solo; il clan che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile […] a dirla in breve si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità. […] Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l’esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico”.
Di lì a poco, siamo nel 1994, Barbara Spinelli avrebbe posto l’accento su quella massa cospicua e inerme di italiani: “di punto in bianco si sta scoprendo che la Gente in Italia non è il cosmo rotondo e perfetto che fu vagheggiato all’inizio di Tangentopoli. Non incarna il bene, né il vero, né il bello. Non è il popolo buono che si oppone ai politicanti malvagi. […] D’un tratto la Gente appare diversa, come smascherata dopo il successo di Berlusconi, della Lega e dei neofascisti: da bella è diventata bruttissima; da civile è diventata incivile; e non solo incivile, ma idiota […] Sembra una fiaba con fine infelice: c’era il principe, e nelle ultime righe si apprende che invece era un rospo”.
Verrebbe voglia di mollare, sussurra Crainz. Ammainare la bandiera, scendere dalla nave, rifugiarsi nella casa sulla collina...fare propri gli umori del viaggiatore cerimonioso di Caproni:

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero amici, Addio.
Di questo sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento

…“si può, invece, rimanere in carrozza. Sapendo che il viaggio sarà molto lungo e molto disagevole”.