mercoledì 17 marzo 2010

indagine sociologica

Un caro amico ha chiesto a me e ad altre persone, credo per una indagine sociologica, di rispondere in modo sintetico ad alcune domande di carattere politico/sociale.
Eccole:
1) Come descriveresti la distanza che corre tra il mondo della politica, degli affari, con il resto della società?
Ha scritto recentemente lo storico Piero Bevilacqua, “il capitalismo, da quando esiste, […] ha cercato sempre di impossessarsi delle conoscenze tecnico-scientifiche per trasformarle in forze produttive, per accrescere la propria potenza attraverso l’innovazione tecnologica”.
La distanza tra la società e il mondo degli affari, che oggi combacia sostanzialmente con quello della politica, è tutta in questo gioco delle parti. Il cittadino appare sempre più come strumento di un meccanismo produttivo del quale è fattore manuale ma sul quale agisce solo alimentandolo. Mai come fattore propulsivo, mai come beneficiario.
I media giocano su questo un fattore determinante, descrivendo un mondo immaginifico e producendo un meccanismo di continua insoddisfazione per ciò che siamo e per ciò che abbiamo che fa sì che ancor prima che uomini e cittadini noi ci si senta consumatori.

2) Come descriveresti le ingerenze del mondo della politica, degli affari, sul resto della società?
Pervasive. Il sistema economico, almeno sino agli anni ottanta, si è sviluppato sì sulle spalle del consumatore, ma generandosi in proprio. L’ha fatto cioè costruendo nuove fabbriche, nuovi uffici, nuove aziende e da lì promuovendo nuovi prodotti e idee.
Negli ultimi venti anni, invece, il sistema affaristico si è insinuato nelle strutture statali, scuole e università principalmente, per plasmarne i sistemi di funzionamento in un ottica di tipo imprenditoriale. Le tre “I” di Berlusconi (impresa, inglese, informatica) al centro delle sue politiche per la scuola, sono l’esempio degenerativo di una istruzione sempre più protesa a formare il lavoratore più che l’uomo, a formare una mentalità gregaria più che una coscienza critica.
La stessa valutazione in crediti rimanda ad una concezione utilitaristica e professionale, affaristica in sostanza, che dovrebbe essere avulsa da ogni forma di istruzione.

3) Nel lavoro, negli affetti, nella vita di tutti i giorni, pensi ci siano delle forze che si possono solo subire (quali?)? Pensi ci sia un sistema prevalente di fare e di pensare imposto (quale)?
Sono convinto della forza dirompente delle forze in atto nel nostro mondo nonché del fascino perverso del pensiero unico. Tuttavia non credo alla loro ineluttabilità.
Internet, ad esempio, ha aperto a molti gli occhi su come si possa riuscire col dialogo, con la conoscenza e con quella che il grande sociologo Ivan Illich chiamava convivialità, a trasmettere il proprio sapere, fonderlo con quello degli altri e da tale fusione elaborare molteplici pensieri alternativi, molteplici saperi capaci di farci tornare ad essere protagonisti della nostra vita.
Pensiamo all’ambiente. Di certo se ne parla poco nel nostro paese, ma la conoscenza e la consapevolezza dei rischi per la nostra terra sono in crescita tanto nei governanti quanto nei governati.
Pensiamo al cibo, alla diffusione dei GAS (Gruppi di acquisto solidale) e dei punti vendita di prodotti naturali e biologici, che proliferano nonostante le devastanti politiche agroalimentari.

4) Tu, cittadino qualsiasi, come ti definiresti nel mondo di oggi?
Le definizioni sono rischiose. Ti portano a semplificare, a racchiudere mille stati d’animo in una parola dalla quale il lettore non potrà che enucleare solo una minima parte di ciò che tu ci hai messo dentro. Ed è proprio la semplificazione uno dei rischi che la società e i cittadini corrono di più.
Umberto Eco qualche hanno fa ha scritto: “Ci dicono che parliamo in modo troppo complicato. Imparino a parlare come noi”. La frase, per quanto brutale, racchiude la sostanza del nostro mondo. Dobbiamo farci forza della nostra ignoranza, perché è da essa che dobbiamo partire per crescere, culturalmente, quindi civilmente.
Si pensi alla lingua italiana. Il processo di alfabetizzazione, oggi quasi completato (si parla dell’Italia, ovviamente), è andato di pari passo con un degrado evidente della lingua e con una semplificazione tale per cui oggi conosciamo pochi vocaboli e soprattutto conosciamo gli stessi pochi vocaboli.
Il cittadino questo appare a miei occhi: un punto su una retta, una testa nella massa, una goccia qualsiasi nel mare. Volete proprio una definizione: anonimo.

5) Cosa ti fanno venire in mente le minacce? Ne hai mai subito qualcuna?
Rifuggo la tentazione di considerare minaccia ciò che invece essa è per molti. Cioè una sorta di avvertimento all’obbedienza come unica via per evitare ritorsioni fisiche.
Certo, la minaccia è anche questo, ma ai nostri tempi, è soprattutto qualcosa di più subdolo. Prefigura sempre un ricatto ma non lo fa col contrappeso della violenza fisica, bensì prefigurando l’esclusione.
Pensiamo in questo senso all’omosessualità, all’areligiosità o peggio ancora al sentirsi parte di un credo non ufficiale. Pensiamo a chi non veste alla moda, a chi porta cento orecchini o ha i capelli colorati. In questi casi il rischio è quello di non essere accettati, di essere emarginati perché diversi, perché al di fuori di quella normalità precostituita e rimodellata secondo le esigenze del dio mercato e di chi lo governa.

6) Nel tuo vivere la quotidianità, pensi che ci siano – intorno a te o contro di te – comportamenti intimidatori? Se sì, fammi qualche esempio.
Ci sono, ovviamente. La volontà del mio sindaco di chiudere i punti di ristoro orientali nel centro storico intimidisce la mia libertà di contaminarmi di culture diverse dalla mia.
La volontà dei governanti di imporre il sostentamento alimentare in stato vegetativo intimidisce il mio diritto ad una fine dignitosa.
La limitazione dei benefici fiscali alle sole coppie sposate intimidisce tutti coloro, me compreso, che non sentono il bisogno di legarsi per iscritto per amarsi veramente.
Le leggi razziste sull’eterosessualità come unica espressione normale del proprio sentire sessuale intimidisce la mia libertà di vedere appagati i diritti civili di alcune persone a me care.
Le leggi razziste e vergognose sugli immigrati, dalle classi speciali, passando per le schedature, l’obbligo di denuncia negli ospedali per gli extracomunitari, fino alla cacciata delle navi che si dirigono verso le coste nostrane, intimidisce me e chiunque abbia un po’ di buon senso, impedendoci di essere fieri del nostro paese.

7) Cosa ti fa venire in mente l'estorsione, anche se solo morale? Ti è mai capitato di esserne vittima, o ne conosci casi? Se sì, descrivi quali occasioni.
Non ho conoscenza diretta di fenomeni di estorsione, nel senso più comune del termine, quando, cioè, l’estorsione si manifesta come una costrizione diretta, non subdola, non implicita.
Se invece intendiamo per estorsione la capacità di saper ottenere una contropartita di qualunque natura con la minaccia sottesa, mai detta, mai paventata ma comunque sempre presente, quindi minacciata, allora il fenomeno è agli occhi di tutti.
In questo senso il mondo del lavoro mi sembra sia, soprattutto negli ultimi 15 anni, l’ambiente nel quale tale fenomeno dilaga con più facilità. Pensiamo alla precarietà e allo strumento di ricatto che offre al datore di lavoro. Sotto la minaccia del licenziamento io, datore di lavoro, posso estorcere il silenzio sindacale, la svalorizzazione delle funzioni, dei livelli, delle retribuzioni. Posso estorcere perfino la non gravidanza, per non parlare delle contropartite sessuali.

8) Alla luce di quanto scritto, facendo un’attenta riflessione di cronaca e storica, cosa ne pensi della definizione “società dell’intimidazione”?
Purché si abbia consapevolezza della parzialità di tale definizione, la ritengo appropriata.
Alcuni mesi fa mi trovai a riflettere con perplessità e preoccupazione, ma anche con un forte senso di smarrimento, sul concetto di integrazione. Lo stimolo venne da una pubblicità voluta dalla Presidenza del Consiglio sul tema. Venivano rappresentati immigrati di varia nazionalità che si integravano, almeno secondo i promotori, con la nostra cultura. La rumena che accompagnava la signora milanese cantando O mia bela madunina, l’egiziano pizzaiolo che lavorava cantando O sole mio, la giovane filippina che puliva canticchiando Roma nun fa la stupida stasera ecc..
Quel concetto di integrazione, pare evidente, era scevro da qualsiasi forma di contaminazione reciproca. Loro imparavano la nostra cultura, loro la facevano propria, loro si dovevano permeare di essa. E noi? Cosa ne è del nostro arricchimento culturale?
La società dell’intimidazione è questo. Intimidisce chi vi entra, imponendogli la rinuncia o la segretezza della propria cultura e delle proprie tradizioni e discrimina quegli italiani/occidentali che osano preferire le culture altre rispetto alla propria. Idea bislacca che molto più che nazionale appare provinciale.