venerdì 31 ottobre 2008

senza parole...

grande Stefano Benni...

Il mostro unico
"Cari studenti facinorosi, sono la vostra amata ministra Gelmini. Dopo il cinque in condotta e il maestro unico, ho una nuova idea che potrà risollevare la scuola italiana. Da dove inizia l’istruzione? Dall’asilo. E proprio qui bisogna intervenire, perché i bambini diventino obbedienti e ligi al dovere. E le favole, con la loro sovrabbondante fantasia e il loro dissennato spreco di personaggi, li allontanano dal sano realismo e dal doveroso conformismo e alimentano il pericolo del fuori tema, della deboscia, della droga e del bullismo facinoroso. Perciò per decreto legge istituisco il Mostro Unico. Sarà proibito leggere favole che contengano più di un mostro o di un cattivo, con relativo aggravio per la spesa pubblica, e soprattutto si dovrà, in ogni fiaba, sottolineare la natura perversa, facinorosa e vetero-comunista di questo mostro.Secondo il DMU (decreto mostro unico) sono proibiti ad esempio Biancaneve e i sette nani, perché Grimilde e la strega sono un costoso e inutile sdoppiamento di personalità nocivo all’immaginario dei giovani alunni, per non parlare dell’ambigua convivenza tra Biancaneve e i sette piccoli operai, di cui uno, Brontolo, sicuramente della Cgil. Cappuccetto Rosso è ammesso, ma si sottolinei come il cacciatore è evidentemente della Lega e il lupo di origine transilvana e rumena. Proibito Ali Babà e i quaranta ladroni, ne basta uno. Abolito Peter Pan, troppi pirati che gravano sulle casse dello stato. Abolito Pinocchio, anche accorpando il gatto e la volpe in un unico animale, restano il vilipendio ai carabinieri e il chiaro riferimento a Mediaset del paese dei balocchi. Ammesso Pollicino ma dovrà chiamarsi Allucione ed essere alto uno e settanta, per non costituire un palese sberleffo al nostro amato presidente del consiglio. Proibito Hansel e Gretel, perché i mostri sono due, la madre e la strega, e inoltre si parla troppo di crisi economica. Proibito il brutto anatroccolo. Se uno è brutto, lo è per motivi genetici e tale resterà. Inoltre Andersen era gay. Parimenti proibito il gatto con gli stivali per la connotazione sadomaso. Proibita, anzi proibitissima Cenerentola. Le cattive sono tre e assomigliano tutte a me. Cioè alla vostra ministra superficiale, impreparata e ciarliera. Ma la vostra Ministra Unica".
(www.stefanobenni.it)

lunedì 20 ottobre 2008

male assoluto?

Quando agli inizi degli anni ’90 studiosi come Claudio Pavone, Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia – seguendo la strada aperta dal precoce libro di Silvio Lanaro, L’Italia nuova – avviarono un processo di ripensamento storiografico della memoria dell’8 settembre e dei concetti di Patria e Nazione, pochi compresero la pericolosità di un tema che si prestava benissimo alle manipolazioni pubblicistico/politiche.
Per i superstiti della destra democristiana e i neo-liberali conservatori, infatti, la cosiddetta fine della prima repubblica portò con sé la necessità di frenare l’ascesa della sinistra al potere attraverso uno sdoganamento della destra italiana secondo un disegno di armonizzazione dell’estremismo italiano a quell’idea di destra moderata che si era affermato già all’inizio degli anni ottanta in Europa. Tale sdoganamento, oltre che politico, doveva essere culturale e la memoria del fascismo era un passaggio essenziale.
Un ripensamento di tal tipo aveva già fatto tappa in Germania e in Francia; la prima costretta a misurarsi con la memoria del nazismo, la seconda con quella del collaborazionismo di Vichy. Tappe complesse, non ancora interamente percorse, ma che hanno un denominatore comune: la condanna del passato e, soprattutto, il ripensamento dei valori attuali secondo principi opposti a quelli delle rispettive esperienze dittatoriali.
L’Italia, ovviamente, presa e conquisa dal solo desiderio contingente di fermare l’ascesa al potere della sinistra, ha percorso un sentiero diverso; un sentiero forse più prolifico per le necessità immediate dei suoi sostenitori, ma decisamente più pericoloso nella definizione di quei valori che si vorrebbero condivisi dalla moltitudine e nella creazione di quel mostro antropologico che è il “carattere degli italiani”.
L’idea portante su cui si fonda questo percorso è quella di un appiattimento tra vincitori e vinti, tra memorie vincenti e memorie sconfitte; un percorso al quale hanno dato un’enorme contributo anche molti esponenti di certa cultura moderata di sinistra; un percorso che, semplificando, passa attraverso alcune tappe essenziali:
1) ridimensionamento della portata eversiva e violenta del fenomeno fascismo. Si ascrivono in questa direttrice le affermazioni politiche del confino fascista come villeggiatura; ma anche alcune interpretazioni storiografiche tese a sostenere che la violenza fascista altro non sia che il prodotto della reazione alle violenze del biennio rosso e dell’occupazione delle fabbriche. La violenza quindi non connaturata nel movimento fascista del primo dopoguerra (Giulia Albanese ci ha invece dottamente dimostrato come nel cosiddetto “fascismo della prima ora” la violenza fosse non solo elemento spirituale portante ma anche strumento primario nella strategia di conquista del potere). Per non dire della vicenda Gentile, strumentalizzata dalla pubblicistica e da certa storiografia per paventare una sorta di “fascismo dal volto buono”.
2) ridimensionamento degli effetti perversi e dannosi delle politiche del regime: quante volte abbiamo sentito parlare delle bonifiche fasciste o della costruzione dei grandi quartieri (l’Eur, ad esempio) come meriti da ascrivere alle politiche del regime? Beh, sulle bonifiche qualcosa vogliamo concedere: esse, in effetti, sono tra i pochi meriti del regime, nonostante i risultati siano deficitari rispetto alle previsioni; nonostante le politiche di bonifica siano state avviate già in età giolittiana da agronomi, tecnici ed ingegneri di certo non precursori del fascismo.
Ma se proviamo a riflettere sulle più generali politiche agrarie nel Mezzogiorno il quadro si fa assai più fosco. Policolture distrutte a vantaggio di una inspiegabile guerra del grano, terreni resi aridi, milioni di bovini morti, pascoli distrutti e colture arboree sradicate. Su ciò ormai esiste una letteratura tecnica e specialistica, ancor più che storiografica, enorme.
Quanto ai quartieri, poi, sarebbe cosa giusta che l’informazione ci raccontasse anche degli spostamenti forzati di migliaia di persone e degli espropri dai quartieri centrali di cui non solo la città di Roma fu testimone. Si pensi a Spina di Borgo, distrutta per compiacere il Pontefice e donargli l’attuale via della Conciliazione (smantellamento che peraltro ha svilito l’idea portante del progetto di Piazza San Pietro distruggendo l'effetto "sorpresa" pensato dagli architetti seicenteschi, tra cui il Bernini. “Il giungere a S.Pietro attraverso le anguste e articolate strade della "Spina di Borgo" e il ritrovarsi in una piazza grandiosa e davanti ad una basilica così imponente generava nello spettatore una meraviglia inconsueta”).
3) rivalutazione del valore delle scelte dei giovani salotini che combatterono a fianco dei nazisti (su questo tema un paese civile che voglia costruire una propria religione civile, dovrebbe imparare la differenza tra conoscere e comprendere le ragioni dei vinti e confonderle con quelle dei vincitori. Romanzi come quelli di Mazzantini ci aiutano senz’altro a capire; più complesso è capire le memorie di uno storico come Vivarelli che dopo anni di fede antifascista/salveminiana ci dice che da giovane era fascista e che tornando indietro farebbe la stessa scelta. Cosa ha imparato dai suoi studi, solo date?)
4) amplificazioni delle violenze resistenziali (questo è un altro passaggio essenziale. Ci fa piacere parlarne partendo dall’evento Fosse Ardeatine. Da anni sentiamo dire che la strage poteva essere evitata se Bentivegna e gli altri esecutori dell’attentato di Via Rasella si fossero consegnati; da anni assistiamo al tentativo di diffondere l’idea che i tedeschi abbiano affisso manifesti a tal fine. Da anni sentiamo utilizzare impropriamente il termine rappresaglia, come se i nazifascisti ricorressero alle stragi solo perché attaccati dai partigiani. Niente di più falso! Studiosi come Portelli, Pezzino, Klinkhammer e molti altri hanno dimostrato ampiamente che per le Fosse Ardeatine l’ordine è già stato eseguito; che la strage giunse a ridosso dell’attentato, che manifesti non vi furono e che mai i partigiani che corsero a rifugiarsi in montagna avrebbero potuto trovare tempo e modo di presentarsi. Ma soprattutto la ricerca storiografica ha dimostrato sull’intero territorio interessato dalle stragi che molte di esse avvennero senza nessun attacco partigiano che le istigasse.
Pensiamo poi al fenomeno Pansa e alla sua fantasiosa idea di una storiografia di sinistra tutta tesa a celare le violenze partigiane. E gli studi di Crainz (1992), di Onofri (1994) Dondi (1999)? Peraltro ben più acuti e documentati dei suoi. Perché Pansa grida al suo linciaggio personale quando lui, per primo e con tutti i media a fianco, ha lanciato accuse infamanti?. Non ci terrorizza l’informazione, ci terrorizzano gli informatori che la distorcono!)
5) diffusione del mito del bravo italiano (è questo un tema di cultura popolare. Chiunque avrà sentito almeno una volta un amico dire che il fascismo era un regime bonario, che la colonizzazione di cui si fece interprete non ebbe altri risultati che la civilizzazione dei popoli e la costruzione di strade e ponti; a tutti sarà capitato di sentir dire che il fascismo fu antisemita solo a causa delle pressioni naziste. Beh, il consiglio più immediato è quello di rinverdire le letture. Montanelli sarà stato un bravo giornalista ma continuare a negare le stragi e l’uso dei gas contro gli etiopi fu opera vergognosa visto che studiosi come Giorgio Rochat e Angelo Del Boca l’avevano ampiamente documentato. Proprio a Del Boca dobbiamo i lavori più seri sulle deportazioni di civili, sugli stermini, sulle pulizie etniche e sulle politiche schiaviste degli italiani in Etiopia e in Libia. Riflettiamo prima di meravigliarci dell’odio libico nei confronti degli italiani e delle rivendicazioni dei leader politici.
Quanto all’antisemitismo non è nostra intenzione forzare il tema. La cultura italiana non era e non è fortemente antisemita; il governo fascista però lo fu, anche prima del ’38…come dimostrano molti documenti prodotti da un autorevole studioso del tema, Michele Sarfatti. “Il discorso delle leggi razziali – ha ben puntualizzato David Bidussa – è un discorso italiano, non la traduzione italiana di un discorso tedesco”. Del resto su alcuni aspetti, la scuola ad esempio, le leggi razziali fasciste furono più dure di quelle naziste, come ben documentato da Valerio Di Porto).
6) parificazione del comunismo al fascismo (e questo è il fine politico: riabilitare a destra per poter screditare a sinistra. Mettere l’accento sulle violenze di una dittatura e dell’altra, di tutte le dittature, per dimenticare quale meravigliosa idea di emancipazione fosse dietro al comunismo; un’idea deviata, manipolata, sbagliata in molte sue peculiarità, forse un’idea economicamente fallimentare perché innaturale, ma un’idea che è stata capace di emancipare milioni di uomini, di lavoratori; di farli crescere, di insegnargli ad organizzarsi, a lottare. Un’idea che gli ha dato diritti, case, conquiste sindacali e molto altro, cose che – non ci stancheremo mai di dirlo – appartengono a tutti, anche a coloro che non le vogliono riconoscere).

Recentemente Gianni Alemanno ha sostenuto che il fascismo non sia il male assoluto. Bene, non sono questi i parametri con cui si fa storia. Il male assoluto è cosa da teologi, lo storico lavora sugli uomini, sui processi, sulle mentalità.
Concepire il fascismo come male assoluto significa allontanarlo da noi e dalla nostra percezione. Il fascismo invece è stato ed è (!) opera di uomini, opera di italiani. Il fascismo è terreno, non una parentesi della nostra storia, ma una parte della nostra storia.
Alemanno tuttavia non si sente di condannare il fascismo pre ’38, ed è soprattutto in questo, ahimè, che egli è tipicamente e vilmente italiano.

Bibliografia:
· AA. VV., Fascismo e antifascismo negli anni della repubblica, F. Angeli
· AA. VV., L’uso pubblico della storia, F. Angeli
· D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore
· G. Bollati, L’italiano, Einaudi
· A. Del Boca, Italiani brava gente?, Neri pozza
· F. Germinario, L’alta memoria. L’estrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri
· M. Isnenghi, La polemica dell’8 settembre e le origini della Repubblica, in E. Collotti, Fascismo e antifascismo, Laterza
· S. Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi
· M. Revelli, La storia d’Italia riscritta dalla destra, in “Teoria politica”, 1997, n. 1
· A. Sangiovanni, "Storielle", strategie per una riscrittura della storia da destra, in Linguaggi, comunicazione e uso pubblico della storia. L'Annale Irsifar, F. Angeli

martedì 14 ottobre 2008

...ancora sulla scuola

ancora due vignette di chito (http://www.chito.it/it/) sulla scuola


sabato 11 ottobre 2008

grazie chito

Oggi vi delizio con due vignette del mio amico "chito" (http://www.chito.it/it/), grintoso capitano della mia squadra di ping pong e maestro, d'arte e di scuola. Ne seguiranno a breve altre...





sull'utilità della scuola

Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail carica di sconforto per le sorti della nostra scuola, del nostro sistema di istruzione. Lo sconforto nasceva, sostanzialmente, dalla constatazione della scomparsa di ogni baluardo istituzionale in difesa del sapere, della formazione e di quell’idea a me tanto cara che è la coscienza critica.
Il capo dello Stato, cui nessuno si sogna di chiedere il rifiuto di promulgazione di una legge che per quanto aberrante non è anticostituzionale, ha infatti preferito – per un presunto “bene del paese” – percorrere ancora una volta la strada della pacificazione e del moderatismo, rinunciando ad ogni critica seria della riforma Gelmini.
Alcune riflessioni credo siano necessarie.
Il centro, questo straordinario universo politico che ancora ci governa sotto le mentite spoglie di una contrapposizione destra/sinistra che in realtà è altrove, sembra ormai deciso a svilire il percorso formativo dei giovani attraverso un sistema di assimilazione della scuola e dell’università al modello del mercato finanziario.
Se non fosse che trovandosi al governo probabilmente si comporterebbe nello stesso modo, farei mia la recente affermazione di Veltroni secondo il quale il governo Berlusconi ritiene che la formazione dei giovani debba avvenire non più attraverso la scuola ma attraverso la televisione.
Da anni, del resto, conosciamo le risposte alle domande più ovvie: perché non si vedono più bei film? Perché invece che spendere miliardi per i format americani Rai e Mediaset non acquistano i diritti di pellicole minori ma di ottima qualità? Perché, ancora, tanto la Rai quanto Mediaset preferiscono spendere valanghe di miliardi per i colossal anziché investire su una più economica cinematografia di qualità?
Perché la televisione, ormai, non è più uno strumento di intrattenimento; è divenuta uno strumento (dis)educativo assoggettato al dio mercato e al suo veicolo, la pubblicità. Il film di qualità, il documentario istruttivo, l’informazione libera ci fanno crescere culturalmente e ci allontanano dal mercato, dal consumo a tutti i costi. Loro, invece, ci vogliono sempre tesi all’acquisto, sempre desiderosi di una suoneria del telefonino diversa o pronti a metterci dietro la telecamera del Tg1 a salutare la mamma per poi poter gridare al mondo “sono stato in televisione!”.
Guai a correre il rischio che qualcuno si accorga che una macchina con 50.000 km non è ancora da rottamare o che un’utilitaria possa (incredibile, anche lei!) fare un lungo viaggio. Meglio bombardare tutti con infinite pubblicità su macchine da 50000 euro, lunghe 5 metri e con un motore da 220 km orari. Chi se frega poi se le rottamazioni producono scorie che vengono smaltite in Nigeria; chi se ne frega se la continua produzione consuma valanghe di risorse (per la produzione di un singolo wafer di silicio di sei pollici, elemento primario di costruzione di computer e telefonini, vengono consumati circa 10000 litri di acqua!).
E la scuola deve tacere su questo? Non dovrebbe insegnarci a riflettere sulle nostre azioni? Non tanto entrando nel merito, quanto fornendoci le capacità per farlo.
Si badi bene, la nostra scuola pubblica primaria, tanto vituperata dai nostri stessi connazionali, offre complessivamente una preparazione tra le migliori al mondo; è un processo, tuttavia, in declino. Se lasciamo che anche essa subisca la flessione qualitativa che attanaglia il nostro mondo, ne vedremo delle brutte.
Il mito delle “tre i” (Impresa, Internet, Inglese) sulle quali secondo Berlusconi dovrebbe essere rifondata la scuola, esemplifica al meglio tale intento. Eppure la sociologia si è impegnata già da anni a dimostrare che l’eccesso di specializzazione nella fase formativa del giovane è l’errore maggiore che nell’epoca industriale si possa commettere. Oggi le trasformazioni della società sono continue e velocissime. Specializzarsi in un settore, che poi diviene improvvisamente obsoleto, ci porterebbe a non saperci più orientare sul resto. E’ per questo che la formazione intellettuale deve maturare a 360 gradi, deve essere umanistica oltre che scientifica e deve essere completamente svincolata dal mercato e da qualsiasi dannata impresa!
Purtroppo stiamo andando esattamente nella direzione opposta. Ha ricordato Christophe Charle, docente alla Sorbona, che “le università sono assimilate a imprese o marche che si dividono un mercato di diplomi, il cui valore sociale è misurato in funzione degli sbocchi lavorativi e degli stipendi ottenuti dai laureati di questo investimento educativo”. Il tutto mentre ovunque continuano a crescere le rette di iscrizione, rendendo una chimera il diritto allo studio e creando un nuovo “darwinismo educativo”.
Pensiamo ancora al linguaggio, la cui importanza è troppo spesso sottovalutata. L’introduzione dei crediti ha trasformato i ragazzi in procacciatori di punteggi, come i clienti dei supermercati.
Ma pensiamo anche alla moltiplicazione degli esami che ha reso frammentaria la preparazione dello studente. La riforma Moratti, avviata da una altrettanto sciagurata riforma Berlinguer, impone agli studenti di conoscere poco di tutto, a non formarli; li stimola ad una conoscenza superficiale puntando tutto sulla rapidità del percorso, ad ovvio danno della riflessione e dell’approfondimento. Un piccolo esame al mese, il continuo sottoporsi alla verifica del prof e lo studente altro non è che un meccanismo della fabbrica taylorista universitaria.
Ed è questo oggi il vero elemento formativo. Ciò che lo studente impara veramente è la sottomissione a standard determinati, al tempo del lavoro, ad essere monitorato costantemente, ad omologarsi ad un percorso scandito in ogni minimo passaggio, senza alcuna possibilità di plasmarlo col proprio cervello. Impara, in sostanza, la docilità e il ripiegamento al sistema produttivo.
Prendiamo l’esempio del ricercatore al quale si cerca di togliere la libertà di approfondire la propria ricerca per sottometterla all’immediatezza, alla produttività di breve periodo; è un problema che attanaglia ogni ramo del sapere. Si cerca di sottomettere la conoscenza alla economicità dei suoi risultati. Ma “le grandi imprese del pensiero – ha detto Piero Bevilacqua – non si realizzano con la frusta di qualche aguzzino. Ma fioriscono nelle società nelle quali la ricerca libera e disinteressata è un valore, fa parte di un progetto che non scade l’anno successivo. L’ossessione della resa economica di tutto il nostro agire è il tarlo che oggi immeschinisce ogni impresa”.
La scuola ha e deve avere un altro compito. La scuola – quella dell’obbligo in particolare – ha il compito di creare delle persone e dei cittadini consapevoli; deve fornire le capacità di apprendimento dei saperi, di interpretazione della realtà, deve stimolare l’uso della mente, l’attitudine alla ricerca, la curiosità esplorativa.
“Senza persone che custodiscano questa speciale religiosità civile, la democrazia si spegne”.

Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia. Per l’avvenire delle nostre scuole, Donzelli
N. Rossi (a cura di), L’istruzione in Italia: solo un pezzo di carta?, il Mulino [in particolare il saggio di Tullio de Mauro]
A. Sasso (a cura di), La cultura della scuola e la contemporaneità, la Nuova Italia