mercoledì 20 agosto 2008

la sinistra, oggi.

Chiunque abbia mai letto un libro di storia (pochi, purtroppo), sa bene quanto poco si presti l’idea di sinistra alle semplificazioni. Il riconoscimento altrui come appartenente al mondo di sinistra si è scontrato nel corso degli anni con scogli molto più duri di quanto si possa immaginare. Fu una lotta di contenuti, certamente, ma anche di spazi, di ripicche, di sopraffazioni. Fu una lotta radicale, totalitaria ed escludente che interessò le diverse anime dell’universo sinistra, radicali o moderate che fossero. Si pensi al perenne conflitto tra massimalisti e riformisti nel socialismo di fine ottocento / inizio novecento. Si pensi alla rottura compiuta a sinistra dal comunismo negli anni del primo dopoguerra. Ma si pensi anche agli immediati contrasti e alle molte correnti nate in seno allo stesso comunismo (astensionisti, ordinovisti, trostzkisti, deviazionisti e così via…quasi all’infinito).
Premesso ciò, siamo certi che la cosiddetta epoca della fine delle ideologie abbia risolto la questione semplificando quella congerie di idee? Ammesso che ciò sia avvenuto per molti, dobbiamo ritenere sia avvenuto per tutti? Insomma, cosa significa oggi essere di sinistra?
Tradiremmo subito i nostri intenti se avessimo la presunzione di dare una risposta unificante. Crediamo nella diversità delle idee, crediamo nello spirito critico, pertanto non lasceremo che alcun dogma, alcuna religione civile ci guidi su un binario diverso da quello che la nostra mente e i nostri principi vogliono percorrere.
La prima questione in ballo è il rapporto tra politica e partiti. Abbiamo diffidato a lungo dei partiti elefante, del partito pugliatutto, dei partiti totalitari, di quei partiti in sostanza che volevano penetrare nei gangli della comunità e della quotidianità in modo a dir poco pervasivo. (E’ il partito che ti organizza il dopolavoro, le feste, le serate, lo sport; è il partito che ti porta a messa, che ti dice cosa fare nel tempo libero e cosa votare a quei referendum che alla politica – come materia – non dovrebbero interessare). Tutto ciò noi aborriamo!
Ma in noi c’è anche la consapevolezza dell’inevitabilità della rappresentanza politica. Come, e ci preme ribadirlo, c’è piena consapevolezza del ruolo storico che i partiti hanno svolto nel saper veicolare un paese uscito da una lunga dittatura su lidi democratici. E su questo l’identità dell’uomo di sinistra dovrebbe costruire la propria forza.
Quante volte ci è capitato di sentir dire che il comunismo altro non è che un’ideologia aberrante; che l’unico frutto che ha donato al mondo sono stati i morti nei gulag, a Kathin o nelle politiche repressive cubane. E tutte le battaglie vinte, alcune stravinte dal movimento operaio? Perché non riflettere sul fatto che lo statuto dei lavoratori, la cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali per i disoccupati, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore, per fare pochi esempi, sono conquiste comuniste delle quali però si giovano tutti. Perché non ammettere che le ignominie di certe evoluzioni istituzionali – lo stalinismo su tutte – non esauriscono il discorso sul comunismo, che è fatto invece di un secolo e mezzo di battaglie per i lavoratori, per la scuola, per i giovani. “Un disegno di portata universale – per dirla con Piero Bevilacqua – oggi poco visibile dal fondo della mediocrità politica in cui è precipitato il nostro tempo”.
I ragazzi che nel ’68 scendevano per le strade inneggiando alla rivoluzione culturale cinese, saranno anche rimasti vittime di quel bluff che erano le politiche culturali (in realtà repressive) di Mao, ma le loro conquiste sono conquiste di tutti. Se oggi le donne sono più emancipate, se oggi c’è un diritto di famiglia che le tutela, se i giovani hanno più capacità di scegliere il proprio futuro, lo dobbiamo a quei ragazzi. Non ad un partito (non credo sia necessario ricordare quanto scarso feeling ci fosse tra quella generazione in lotta e il Pci), ma ad un’idea, un’idea di sinistra appunto.
Oggi la situazione, per certi versi, è simile. Per altri ben più drammatica. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un cospicuo numero di persone che non sanno che farsene dei partiti esistenti. Partiti che non parlano la nostra stessa lingua, che non vedono oltre le proprie scarpe, che non hanno il coraggio di investire su politiche educative di lunga durata. Chi parla di ambiente? Chi di laicismo? E la decrescita? La lotta alla società dei consumi? Provare a superare il capitalismo scatenato di cui parla Glyn è poi così assurdo?
Il dramma sta nel fatto che una cospicua parte di quella sinistra di un tempo se ne è andata in modo completamente acritico su un terzo versante politico che per semplificare potremmo definire altra destra (Le due destre di Revelli esistono e come!). Basti pensare all’abbraccio stretto che il PD rivolge ormai quotidianamente al dio mercato, alle privatizzazioni, alle speculazioni borsistiche. La deregulation che un tempo bollavamo come il mostro peggiore delle politiche reaganiane, oggi abita anche casa Veltroni. Il mito dell’antistatalismo, l’ha ben documentato Luciano Gallino in L’impresa irresponsabile, ha portato miliardi nelle casse delle imprese americane ma ne ha tolti altrettanti dalle tasche dei contribuenti.
Pensiamo alle liberalizzazioni, cavallo di battaglia delle politiche economiche del recente centrosinistra: lungi da noi voler difendere i monopoli, ma guardare solo al fine – le privatizzazioni – senza riflettere sui modi in cui le aziende producono (tasse, appalti, inquinamento…) o sulla qualità del lavoro che gestiscono (sicurezza sul lavoro, precarietà) significa aggravare il problema. Sarà o no indicativo il fatto che negli ultimi 15 anni privatizzazione dei servizi pubblici e precarietà hanno sempre proceduto insieme?!
Può esser considerata sinistra quella fazione politica che non muove in primo luogo dalla lotta alla precarietà? Che non abolisce la legge Biagi? Che non riforma i contratti di lavoro? Che non sostiene le fasce più deboli?
E dove sono le politiche della memoria, le posizioni forti su temi come l’immigrazione o la pena di morte? Davvero il destino di Veltroni&co. è quello di condividere una nuova odiosa schedatura del genere umano?
E questo ci porta al nodo centrale: la povertà, l’economia dei paesi del sud del mondo. Sinistra può essere mille sfaccettature, l’abbiamo detto, ma nessuna di esse può integrasi a questo sistema di sfruttamento capeggiato dalle holding occidentali e dagli speculatori del Fondo monetario internazionale. E’ in corso da anni una riviviscenza del neocolonialismo che ha effetti devastanti sulle politiche nazionali, perché le priva di risorse, ne devasta i territori, schiavizza i suoi abitanti. Il problema non sono solo i bambini, loro sì, per primi, ma gli uomini in genere, costretti a lavorare anche 15 ore per una misera paga.
La sinistra che ho in mente non va a braccetto con gli industriali delle delocalizzazioni che producono nei paesi poveri per sfruttare la manodopera a basso costo e l’assenza di sindacati. La sinistra che ho in mente lotta in seno all’UE per impedire a quelle imprese di smerciare nel territorio europeo, mentre, intanto, comincia a proibirglielo in quello nazionale.
Per questo quando sento parlare di fine delle ideologie, di valori condivisi, rabbrividisco. All’omologazione al dio capitalista noi non ci arrendiamo.

Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza (in particolare il cap. II)
P. Bourdieau, Proposta politica: andare a sinistra, oggi, Castelvecchi
A. Glyn, Capitalismo scatenato, F. Brioschi editore
M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri
Id, La sinistra sociale, Bollati Boringhieri
Id, Destra/Sinistra, Laterza

venerdì 15 agosto 2008

La crescita rallenta? meglio così.

"Chi crede sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un'economista"
Sono passati molti anni da quando Cornelius Castoriadis, filosofo e psicanalista francese di origine greca, ha cominciato pioneristicamente a porsi la domanda sul valore del mito del progresso e dello sviluppo. Una domanda complessa che richiede riflessioni e risposte complesse. Più domande in una, innanzitutto: il concetto di sviluppo ha un profilo solo economico? È possibile uno sviluppo infinito? E poi, sviluppo per chi? Per tutti? Per pochi?
Oggi, a destra come a sinistra (nostro malgrado), le risposte alla crisi partono e terminano dalla necessità di accrescere la produzione economica, di far salire il PIL, il nostro vero dio in terra. Ma quali sono le conseguenze di ciò? In che modo la natura risente di questa corsa sfrenata allo sfruttamento delle risorse? Quali le conseguenze dirette e indirette per le donne e gli uomini del nostro mondo e delle generazioni a venire?
Studiosi come Serge Latouche, Paolo Cacciari, Wolfgang Sachs, Piero Bevilacqua, Vandana Shiva ed altri vanno interrogandosi ormai da anni sugli effetti di questa stortura economica e mentale che attanaglia gli uomini del nostro tempo, giungendo a conclusione che sia necessario non più pensare ad un nuovo concetto di sviluppo (sviluppo sostenibile, ad esempio), quanto pensare ad un doposviluppo, ad una vera decrescita (della produzione, dei bisogni, dello sfruttamento…).
Obiettivo comprensibile ma complesso. Dire che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito è un’ovvietà sulla quale è facile trovare consensi, ma convincere le persone della necessità di ridurre i consumi è cosa alquanto ardua. Gli Stati Uniti, per fare l’esempio più clamoroso, consumano il 30% dell’energia mondiale, pur contenendo nei propri confini appena il 6% della popolazione del pianeta. Come convincerli però a spegnere le luci di Las Vegas per illuminare le baracche del Darfur?!
La decrescita, di certo, non può presentarsi come un mero ritorno al passato, non avrebbe alcun appeal. Non si tratta di combattere la modernità, quanto l’idea dello sviluppo a tutti i costi; e ciò non può avvenire che attraverso un ripensamento, o meglio un riposizionamento dei nostri bisogni. Basti pensare che secondo un sondaggio citato da Gorz (vedi bibliografia), effettuato tra i presidenti di grandi imprese americane sul ruolo della pubblicità, il 95% degli intervistati riconosce che sarebbe quasi impossibile vendere alcuni prodotti senza l’ausilio della pubblicità; l’85% dice che la pubblicità è veicolo essenziale per convincere le persone ad acquistare cose di cui non hanno veramente bisogno; il 51%, addirittura, riconosce che la pubblicità convince le persone a comprare cose che non desiderano veramente!
Come ha scritto Piero Bevilacqua “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”. Che puntualmente abboccano. Gente che si indebita e finisce con l'acqua fino al collo pur di avere il macchinone…che inquina, che consuma, che non si parcheggia, che ha costi enormi di gestione (assicurazione, ricambi ecc…).
Tutto ciò, trainato dal mito dell’obsolescenza immediata, in base alla quale ogni prodotto, non necessariamente tecnologico, diventa vecchio dopo pochi mesi di utilizzo (macchina, pc, cellulare o vestito che sia), ha dei costi enormi, soprattutto ambientali. Valanghe di rifiuti tossici vengono scaricati ogni anno in Nigeria e nei paesi più poveri dell’Africa contribuendo in modo determinante al degrado del territorio e delle economie nazionali. (Il tutto, peraltro, sotto l’occhio del Fondo monetario internazionale, lo strumento di strozzinaggio in mano alle holding internazionali per sfruttare risorse e manodopera dei paesi più poveri!).
Si avverte, in sostanza, la necessità di un ripensamento degli stili di vita che prenda le mosse proprio dalla quotidianità. Il lavoro, ad esempio. Come mai è scomparso dal lessico politico il concetto della riduzione dell’orario di lavoro? Siamo così sicuri che il tentativo francese abbia fallito? Su quali basi? Sul fatto che non sia enormemente conveniente per le imprese? E i lavoratori?
Noi riteniamo che la riduzione dell’orario (4 ore giornaliere, ad esempio), sia strumento di grande efficacia sotto più aspetti: sociali, in quanto ridurrebbe enormemente il numero dei disoccupati (le perdite gestionali per le imprese potrebbero essere superate con il riutilizzo dell’impressionante costo che lo stato sostiene annulmente sotto forma di ammortizzatori sociali per i disoccupati/precari). Sul piano ambientale, poi, il vantaggio sarebbe evidente: spezzare la giornata lavorativa su due turni significherebbe aumentare da 2 a 4 le fasce di concentrazione di auto, con i relativi vantaggi: meno traffico, meno smog, meno consumi, meno strees (senza considerare che la gente sarebbe più incentivata all’uso dei mezzi pubblici).
Ma soprattutto a guadagnarne sarebbe la persona col riacquisito del proprio tempo libero (passeggiate, musei, lettura), tutto ciò che l’ubriacatura da superlavoro ci ha tolto.
Ecco, in poche parole, il perché delle 8 “R” di Latouche: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
Come potete vedere le questioni sono molte, qui accennate solo in parte e in modo parziale. La speranza è quella di aver fornito uno stimolo all’approfondimento anche perché, forse, un giorno potrà tornare utile contarci.
Bibiografia essenziale:
P. Bevilacqua, La terra è finita. Breve storia dell'ambiente, Laterza
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza [libro strepitoso!]
L. Gallino, L'impresa irresponsabile, Einaudi
L. Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza
A. Gorz, Capitalismo, socialismo, ecologia, manifestolibri
S. Latouche, L'occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri
S. Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri
S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli
S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri
R. Sennet, L'uomo flessibile, Feltrinelli