Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail carica di sconforto per le sorti della nostra scuola, del nostro sistema di istruzione. Lo sconforto nasceva, sostanzialmente, dalla constatazione della scomparsa di ogni baluardo istituzionale in difesa del sapere, della formazione e di quell’idea a me tanto cara che è la coscienza critica.
Il capo dello Stato, cui nessuno si sogna di chiedere il rifiuto di promulgazione di una legge che per quanto aberrante non è anticostituzionale, ha infatti preferito – per un presunto “bene del paese” – percorrere ancora una volta la strada della pacificazione e del moderatismo, rinunciando ad ogni critica seria della riforma Gelmini.
Alcune riflessioni credo siano necessarie.
Il centro, questo straordinario universo politico che ancora ci governa sotto le mentite spoglie di una contrapposizione destra/sinistra che in realtà è altrove, sembra ormai deciso a svilire il percorso formativo dei giovani attraverso un sistema di assimilazione della scuola e dell’università al modello del mercato finanziario.
Se non fosse che trovandosi al governo probabilmente si comporterebbe nello stesso modo, farei mia la recente affermazione di Veltroni secondo il quale il governo Berlusconi ritiene che la formazione dei giovani debba avvenire non più attraverso la scuola ma attraverso la televisione.
Da anni, del resto, conosciamo le risposte alle domande più ovvie: perché non si vedono più bei film? Perché invece che spendere miliardi per i format americani Rai e Mediaset non acquistano i diritti di pellicole minori ma di ottima qualità? Perché, ancora, tanto la Rai quanto Mediaset preferiscono spendere valanghe di miliardi per i colossal anziché investire su una più economica cinematografia di qualità?
Perché la televisione, ormai, non è più uno strumento di intrattenimento; è divenuta uno strumento (dis)educativo assoggettato al dio mercato e al suo veicolo, la pubblicità. Il film di qualità, il documentario istruttivo, l’informazione libera ci fanno crescere culturalmente e ci allontanano dal mercato, dal consumo a tutti i costi. Loro, invece, ci vogliono sempre tesi all’acquisto, sempre desiderosi di una suoneria del telefonino diversa o pronti a metterci dietro la telecamera del Tg1 a salutare la mamma per poi poter gridare al mondo “sono stato in televisione!”.
Guai a correre il rischio che qualcuno si accorga che una macchina con 50.000 km non è ancora da rottamare o che un’utilitaria possa (incredibile, anche lei!) fare un lungo viaggio. Meglio bombardare tutti con infinite pubblicità su macchine da 50000 euro, lunghe 5 metri e con un motore da 220 km orari. Chi se frega poi se le rottamazioni producono scorie che vengono smaltite in Nigeria; chi se ne frega se la continua produzione consuma valanghe di risorse (per la produzione di un singolo wafer di silicio di sei pollici, elemento primario di costruzione di computer e telefonini, vengono consumati circa 10000 litri di acqua!).
E la scuola deve tacere su questo? Non dovrebbe insegnarci a riflettere sulle nostre azioni? Non tanto entrando nel merito, quanto fornendoci le capacità per farlo.
Si badi bene, la nostra scuola pubblica primaria, tanto vituperata dai nostri stessi connazionali, offre complessivamente una preparazione tra le migliori al mondo; è un processo, tuttavia, in declino. Se lasciamo che anche essa subisca la flessione qualitativa che attanaglia il nostro mondo, ne vedremo delle brutte.
Il mito delle “tre i” (Impresa, Internet, Inglese) sulle quali secondo Berlusconi dovrebbe essere rifondata la scuola, esemplifica al meglio tale intento. Eppure la sociologia si è impegnata già da anni a dimostrare che l’eccesso di specializzazione nella fase formativa del giovane è l’errore maggiore che nell’epoca industriale si possa commettere. Oggi le trasformazioni della società sono continue e velocissime. Specializzarsi in un settore, che poi diviene improvvisamente obsoleto, ci porterebbe a non saperci più orientare sul resto. E’ per questo che la formazione intellettuale deve maturare a 360 gradi, deve essere umanistica oltre che scientifica e deve essere completamente svincolata dal mercato e da qualsiasi dannata impresa!
Purtroppo stiamo andando esattamente nella direzione opposta. Ha ricordato Christophe Charle, docente alla Sorbona, che “le università sono assimilate a imprese o marche che si dividono un mercato di diplomi, il cui valore sociale è misurato in funzione degli sbocchi lavorativi e degli stipendi ottenuti dai laureati di questo investimento educativo”. Il tutto mentre ovunque continuano a crescere le rette di iscrizione, rendendo una chimera il diritto allo studio e creando un nuovo “darwinismo educativo”.
Pensiamo ancora al linguaggio, la cui importanza è troppo spesso sottovalutata. L’introduzione dei crediti ha trasformato i ragazzi in procacciatori di punteggi, come i clienti dei supermercati.
Ma pensiamo anche alla moltiplicazione degli esami che ha reso frammentaria la preparazione dello studente. La riforma Moratti, avviata da una altrettanto sciagurata riforma Berlinguer, impone agli studenti di conoscere poco di tutto, a non formarli; li stimola ad una conoscenza superficiale puntando tutto sulla rapidità del percorso, ad ovvio danno della riflessione e dell’approfondimento. Un piccolo esame al mese, il continuo sottoporsi alla verifica del prof e lo studente altro non è che un meccanismo della fabbrica taylorista universitaria.
Ed è questo oggi il vero elemento formativo. Ciò che lo studente impara veramente è la sottomissione a standard determinati, al tempo del lavoro, ad essere monitorato costantemente, ad omologarsi ad un percorso scandito in ogni minimo passaggio, senza alcuna possibilità di plasmarlo col proprio cervello. Impara, in sostanza, la docilità e il ripiegamento al sistema produttivo.
Prendiamo l’esempio del ricercatore al quale si cerca di togliere la libertà di approfondire la propria ricerca per sottometterla all’immediatezza, alla produttività di breve periodo; è un problema che attanaglia ogni ramo del sapere. Si cerca di sottomettere la conoscenza alla economicità dei suoi risultati. Ma “le grandi imprese del pensiero – ha detto Piero Bevilacqua – non si realizzano con la frusta di qualche aguzzino. Ma fioriscono nelle società nelle quali la ricerca libera e disinteressata è un valore, fa parte di un progetto che non scade l’anno successivo. L’ossessione della resa economica di tutto il nostro agire è il tarlo che oggi immeschinisce ogni impresa”.
La scuola ha e deve avere un altro compito. La scuola – quella dell’obbligo in particolare – ha il compito di creare delle persone e dei cittadini consapevoli; deve fornire le capacità di apprendimento dei saperi, di interpretazione della realtà, deve stimolare l’uso della mente, l’attitudine alla ricerca, la curiosità esplorativa.
“Senza persone che custodiscano questa speciale religiosità civile, la democrazia si spegne”.
Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia. Per l’avvenire delle nostre scuole, Donzelli
N. Rossi (a cura di), L’istruzione in Italia: solo un pezzo di carta?, il Mulino [in particolare il saggio di Tullio de Mauro]
A. Sasso (a cura di), La cultura della scuola e la contemporaneità, la Nuova Italia
Il capo dello Stato, cui nessuno si sogna di chiedere il rifiuto di promulgazione di una legge che per quanto aberrante non è anticostituzionale, ha infatti preferito – per un presunto “bene del paese” – percorrere ancora una volta la strada della pacificazione e del moderatismo, rinunciando ad ogni critica seria della riforma Gelmini.
Alcune riflessioni credo siano necessarie.
Il centro, questo straordinario universo politico che ancora ci governa sotto le mentite spoglie di una contrapposizione destra/sinistra che in realtà è altrove, sembra ormai deciso a svilire il percorso formativo dei giovani attraverso un sistema di assimilazione della scuola e dell’università al modello del mercato finanziario.
Se non fosse che trovandosi al governo probabilmente si comporterebbe nello stesso modo, farei mia la recente affermazione di Veltroni secondo il quale il governo Berlusconi ritiene che la formazione dei giovani debba avvenire non più attraverso la scuola ma attraverso la televisione.
Da anni, del resto, conosciamo le risposte alle domande più ovvie: perché non si vedono più bei film? Perché invece che spendere miliardi per i format americani Rai e Mediaset non acquistano i diritti di pellicole minori ma di ottima qualità? Perché, ancora, tanto la Rai quanto Mediaset preferiscono spendere valanghe di miliardi per i colossal anziché investire su una più economica cinematografia di qualità?
Perché la televisione, ormai, non è più uno strumento di intrattenimento; è divenuta uno strumento (dis)educativo assoggettato al dio mercato e al suo veicolo, la pubblicità. Il film di qualità, il documentario istruttivo, l’informazione libera ci fanno crescere culturalmente e ci allontanano dal mercato, dal consumo a tutti i costi. Loro, invece, ci vogliono sempre tesi all’acquisto, sempre desiderosi di una suoneria del telefonino diversa o pronti a metterci dietro la telecamera del Tg1 a salutare la mamma per poi poter gridare al mondo “sono stato in televisione!”.
Guai a correre il rischio che qualcuno si accorga che una macchina con 50.000 km non è ancora da rottamare o che un’utilitaria possa (incredibile, anche lei!) fare un lungo viaggio. Meglio bombardare tutti con infinite pubblicità su macchine da 50000 euro, lunghe 5 metri e con un motore da 220 km orari. Chi se frega poi se le rottamazioni producono scorie che vengono smaltite in Nigeria; chi se ne frega se la continua produzione consuma valanghe di risorse (per la produzione di un singolo wafer di silicio di sei pollici, elemento primario di costruzione di computer e telefonini, vengono consumati circa 10000 litri di acqua!).
E la scuola deve tacere su questo? Non dovrebbe insegnarci a riflettere sulle nostre azioni? Non tanto entrando nel merito, quanto fornendoci le capacità per farlo.
Si badi bene, la nostra scuola pubblica primaria, tanto vituperata dai nostri stessi connazionali, offre complessivamente una preparazione tra le migliori al mondo; è un processo, tuttavia, in declino. Se lasciamo che anche essa subisca la flessione qualitativa che attanaglia il nostro mondo, ne vedremo delle brutte.
Il mito delle “tre i” (Impresa, Internet, Inglese) sulle quali secondo Berlusconi dovrebbe essere rifondata la scuola, esemplifica al meglio tale intento. Eppure la sociologia si è impegnata già da anni a dimostrare che l’eccesso di specializzazione nella fase formativa del giovane è l’errore maggiore che nell’epoca industriale si possa commettere. Oggi le trasformazioni della società sono continue e velocissime. Specializzarsi in un settore, che poi diviene improvvisamente obsoleto, ci porterebbe a non saperci più orientare sul resto. E’ per questo che la formazione intellettuale deve maturare a 360 gradi, deve essere umanistica oltre che scientifica e deve essere completamente svincolata dal mercato e da qualsiasi dannata impresa!
Purtroppo stiamo andando esattamente nella direzione opposta. Ha ricordato Christophe Charle, docente alla Sorbona, che “le università sono assimilate a imprese o marche che si dividono un mercato di diplomi, il cui valore sociale è misurato in funzione degli sbocchi lavorativi e degli stipendi ottenuti dai laureati di questo investimento educativo”. Il tutto mentre ovunque continuano a crescere le rette di iscrizione, rendendo una chimera il diritto allo studio e creando un nuovo “darwinismo educativo”.
Pensiamo ancora al linguaggio, la cui importanza è troppo spesso sottovalutata. L’introduzione dei crediti ha trasformato i ragazzi in procacciatori di punteggi, come i clienti dei supermercati.
Ma pensiamo anche alla moltiplicazione degli esami che ha reso frammentaria la preparazione dello studente. La riforma Moratti, avviata da una altrettanto sciagurata riforma Berlinguer, impone agli studenti di conoscere poco di tutto, a non formarli; li stimola ad una conoscenza superficiale puntando tutto sulla rapidità del percorso, ad ovvio danno della riflessione e dell’approfondimento. Un piccolo esame al mese, il continuo sottoporsi alla verifica del prof e lo studente altro non è che un meccanismo della fabbrica taylorista universitaria.
Ed è questo oggi il vero elemento formativo. Ciò che lo studente impara veramente è la sottomissione a standard determinati, al tempo del lavoro, ad essere monitorato costantemente, ad omologarsi ad un percorso scandito in ogni minimo passaggio, senza alcuna possibilità di plasmarlo col proprio cervello. Impara, in sostanza, la docilità e il ripiegamento al sistema produttivo.
Prendiamo l’esempio del ricercatore al quale si cerca di togliere la libertà di approfondire la propria ricerca per sottometterla all’immediatezza, alla produttività di breve periodo; è un problema che attanaglia ogni ramo del sapere. Si cerca di sottomettere la conoscenza alla economicità dei suoi risultati. Ma “le grandi imprese del pensiero – ha detto Piero Bevilacqua – non si realizzano con la frusta di qualche aguzzino. Ma fioriscono nelle società nelle quali la ricerca libera e disinteressata è un valore, fa parte di un progetto che non scade l’anno successivo. L’ossessione della resa economica di tutto il nostro agire è il tarlo che oggi immeschinisce ogni impresa”.
La scuola ha e deve avere un altro compito. La scuola – quella dell’obbligo in particolare – ha il compito di creare delle persone e dei cittadini consapevoli; deve fornire le capacità di apprendimento dei saperi, di interpretazione della realtà, deve stimolare l’uso della mente, l’attitudine alla ricerca, la curiosità esplorativa.
“Senza persone che custodiscano questa speciale religiosità civile, la democrazia si spegne”.
Consigli bibliografici:
P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia. Per l’avvenire delle nostre scuole, Donzelli
N. Rossi (a cura di), L’istruzione in Italia: solo un pezzo di carta?, il Mulino [in particolare il saggio di Tullio de Mauro]
A. Sasso (a cura di), La cultura della scuola e la contemporaneità, la Nuova Italia
2 commenti:
ottima commento sull'assurda riforma,ultima vergognosa parentesi propostaci con il consenso ahimè popolare;anche se non tutti lo condivideranno...(per disabilità culturali e povertà di pensiero)
dani
... ci lasciano solo pensare che dall'emancipazione sociale si sia passati alla evirazione sociale ... la cultura della massa oggi mette paura al sistema, per cui tutti veliniiiiiiiiii!!!
Ma mi sorge un dubbio... loro si sono laureati??? hanno comprato titoli di studio??? le domande sono a prescindere da ogni considerazione sulle capacità di governo e di evoluzione di un Paese fermo agli anni 60 per le negatività, e in sosta nel pre-IIGM per le positività.
Bisogna rimarcare però che, in questo commento, manca l'indecoroso percorso della SCUOLA in ITALIA promosso da tutti i finticolori politici degli ultimi 40 luridi anni. CEC
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