lunedì 20 ottobre 2008

male assoluto?

Quando agli inizi degli anni ’90 studiosi come Claudio Pavone, Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia – seguendo la strada aperta dal precoce libro di Silvio Lanaro, L’Italia nuova – avviarono un processo di ripensamento storiografico della memoria dell’8 settembre e dei concetti di Patria e Nazione, pochi compresero la pericolosità di un tema che si prestava benissimo alle manipolazioni pubblicistico/politiche.
Per i superstiti della destra democristiana e i neo-liberali conservatori, infatti, la cosiddetta fine della prima repubblica portò con sé la necessità di frenare l’ascesa della sinistra al potere attraverso uno sdoganamento della destra italiana secondo un disegno di armonizzazione dell’estremismo italiano a quell’idea di destra moderata che si era affermato già all’inizio degli anni ottanta in Europa. Tale sdoganamento, oltre che politico, doveva essere culturale e la memoria del fascismo era un passaggio essenziale.
Un ripensamento di tal tipo aveva già fatto tappa in Germania e in Francia; la prima costretta a misurarsi con la memoria del nazismo, la seconda con quella del collaborazionismo di Vichy. Tappe complesse, non ancora interamente percorse, ma che hanno un denominatore comune: la condanna del passato e, soprattutto, il ripensamento dei valori attuali secondo principi opposti a quelli delle rispettive esperienze dittatoriali.
L’Italia, ovviamente, presa e conquisa dal solo desiderio contingente di fermare l’ascesa al potere della sinistra, ha percorso un sentiero diverso; un sentiero forse più prolifico per le necessità immediate dei suoi sostenitori, ma decisamente più pericoloso nella definizione di quei valori che si vorrebbero condivisi dalla moltitudine e nella creazione di quel mostro antropologico che è il “carattere degli italiani”.
L’idea portante su cui si fonda questo percorso è quella di un appiattimento tra vincitori e vinti, tra memorie vincenti e memorie sconfitte; un percorso al quale hanno dato un’enorme contributo anche molti esponenti di certa cultura moderata di sinistra; un percorso che, semplificando, passa attraverso alcune tappe essenziali:
1) ridimensionamento della portata eversiva e violenta del fenomeno fascismo. Si ascrivono in questa direttrice le affermazioni politiche del confino fascista come villeggiatura; ma anche alcune interpretazioni storiografiche tese a sostenere che la violenza fascista altro non sia che il prodotto della reazione alle violenze del biennio rosso e dell’occupazione delle fabbriche. La violenza quindi non connaturata nel movimento fascista del primo dopoguerra (Giulia Albanese ci ha invece dottamente dimostrato come nel cosiddetto “fascismo della prima ora” la violenza fosse non solo elemento spirituale portante ma anche strumento primario nella strategia di conquista del potere). Per non dire della vicenda Gentile, strumentalizzata dalla pubblicistica e da certa storiografia per paventare una sorta di “fascismo dal volto buono”.
2) ridimensionamento degli effetti perversi e dannosi delle politiche del regime: quante volte abbiamo sentito parlare delle bonifiche fasciste o della costruzione dei grandi quartieri (l’Eur, ad esempio) come meriti da ascrivere alle politiche del regime? Beh, sulle bonifiche qualcosa vogliamo concedere: esse, in effetti, sono tra i pochi meriti del regime, nonostante i risultati siano deficitari rispetto alle previsioni; nonostante le politiche di bonifica siano state avviate già in età giolittiana da agronomi, tecnici ed ingegneri di certo non precursori del fascismo.
Ma se proviamo a riflettere sulle più generali politiche agrarie nel Mezzogiorno il quadro si fa assai più fosco. Policolture distrutte a vantaggio di una inspiegabile guerra del grano, terreni resi aridi, milioni di bovini morti, pascoli distrutti e colture arboree sradicate. Su ciò ormai esiste una letteratura tecnica e specialistica, ancor più che storiografica, enorme.
Quanto ai quartieri, poi, sarebbe cosa giusta che l’informazione ci raccontasse anche degli spostamenti forzati di migliaia di persone e degli espropri dai quartieri centrali di cui non solo la città di Roma fu testimone. Si pensi a Spina di Borgo, distrutta per compiacere il Pontefice e donargli l’attuale via della Conciliazione (smantellamento che peraltro ha svilito l’idea portante del progetto di Piazza San Pietro distruggendo l'effetto "sorpresa" pensato dagli architetti seicenteschi, tra cui il Bernini. “Il giungere a S.Pietro attraverso le anguste e articolate strade della "Spina di Borgo" e il ritrovarsi in una piazza grandiosa e davanti ad una basilica così imponente generava nello spettatore una meraviglia inconsueta”).
3) rivalutazione del valore delle scelte dei giovani salotini che combatterono a fianco dei nazisti (su questo tema un paese civile che voglia costruire una propria religione civile, dovrebbe imparare la differenza tra conoscere e comprendere le ragioni dei vinti e confonderle con quelle dei vincitori. Romanzi come quelli di Mazzantini ci aiutano senz’altro a capire; più complesso è capire le memorie di uno storico come Vivarelli che dopo anni di fede antifascista/salveminiana ci dice che da giovane era fascista e che tornando indietro farebbe la stessa scelta. Cosa ha imparato dai suoi studi, solo date?)
4) amplificazioni delle violenze resistenziali (questo è un altro passaggio essenziale. Ci fa piacere parlarne partendo dall’evento Fosse Ardeatine. Da anni sentiamo dire che la strage poteva essere evitata se Bentivegna e gli altri esecutori dell’attentato di Via Rasella si fossero consegnati; da anni assistiamo al tentativo di diffondere l’idea che i tedeschi abbiano affisso manifesti a tal fine. Da anni sentiamo utilizzare impropriamente il termine rappresaglia, come se i nazifascisti ricorressero alle stragi solo perché attaccati dai partigiani. Niente di più falso! Studiosi come Portelli, Pezzino, Klinkhammer e molti altri hanno dimostrato ampiamente che per le Fosse Ardeatine l’ordine è già stato eseguito; che la strage giunse a ridosso dell’attentato, che manifesti non vi furono e che mai i partigiani che corsero a rifugiarsi in montagna avrebbero potuto trovare tempo e modo di presentarsi. Ma soprattutto la ricerca storiografica ha dimostrato sull’intero territorio interessato dalle stragi che molte di esse avvennero senza nessun attacco partigiano che le istigasse.
Pensiamo poi al fenomeno Pansa e alla sua fantasiosa idea di una storiografia di sinistra tutta tesa a celare le violenze partigiane. E gli studi di Crainz (1992), di Onofri (1994) Dondi (1999)? Peraltro ben più acuti e documentati dei suoi. Perché Pansa grida al suo linciaggio personale quando lui, per primo e con tutti i media a fianco, ha lanciato accuse infamanti?. Non ci terrorizza l’informazione, ci terrorizzano gli informatori che la distorcono!)
5) diffusione del mito del bravo italiano (è questo un tema di cultura popolare. Chiunque avrà sentito almeno una volta un amico dire che il fascismo era un regime bonario, che la colonizzazione di cui si fece interprete non ebbe altri risultati che la civilizzazione dei popoli e la costruzione di strade e ponti; a tutti sarà capitato di sentir dire che il fascismo fu antisemita solo a causa delle pressioni naziste. Beh, il consiglio più immediato è quello di rinverdire le letture. Montanelli sarà stato un bravo giornalista ma continuare a negare le stragi e l’uso dei gas contro gli etiopi fu opera vergognosa visto che studiosi come Giorgio Rochat e Angelo Del Boca l’avevano ampiamente documentato. Proprio a Del Boca dobbiamo i lavori più seri sulle deportazioni di civili, sugli stermini, sulle pulizie etniche e sulle politiche schiaviste degli italiani in Etiopia e in Libia. Riflettiamo prima di meravigliarci dell’odio libico nei confronti degli italiani e delle rivendicazioni dei leader politici.
Quanto all’antisemitismo non è nostra intenzione forzare il tema. La cultura italiana non era e non è fortemente antisemita; il governo fascista però lo fu, anche prima del ’38…come dimostrano molti documenti prodotti da un autorevole studioso del tema, Michele Sarfatti. “Il discorso delle leggi razziali – ha ben puntualizzato David Bidussa – è un discorso italiano, non la traduzione italiana di un discorso tedesco”. Del resto su alcuni aspetti, la scuola ad esempio, le leggi razziali fasciste furono più dure di quelle naziste, come ben documentato da Valerio Di Porto).
6) parificazione del comunismo al fascismo (e questo è il fine politico: riabilitare a destra per poter screditare a sinistra. Mettere l’accento sulle violenze di una dittatura e dell’altra, di tutte le dittature, per dimenticare quale meravigliosa idea di emancipazione fosse dietro al comunismo; un’idea deviata, manipolata, sbagliata in molte sue peculiarità, forse un’idea economicamente fallimentare perché innaturale, ma un’idea che è stata capace di emancipare milioni di uomini, di lavoratori; di farli crescere, di insegnargli ad organizzarsi, a lottare. Un’idea che gli ha dato diritti, case, conquiste sindacali e molto altro, cose che – non ci stancheremo mai di dirlo – appartengono a tutti, anche a coloro che non le vogliono riconoscere).

Recentemente Gianni Alemanno ha sostenuto che il fascismo non sia il male assoluto. Bene, non sono questi i parametri con cui si fa storia. Il male assoluto è cosa da teologi, lo storico lavora sugli uomini, sui processi, sulle mentalità.
Concepire il fascismo come male assoluto significa allontanarlo da noi e dalla nostra percezione. Il fascismo invece è stato ed è (!) opera di uomini, opera di italiani. Il fascismo è terreno, non una parentesi della nostra storia, ma una parte della nostra storia.
Alemanno tuttavia non si sente di condannare il fascismo pre ’38, ed è soprattutto in questo, ahimè, che egli è tipicamente e vilmente italiano.

Bibliografia:
· AA. VV., Fascismo e antifascismo negli anni della repubblica, F. Angeli
· AA. VV., L’uso pubblico della storia, F. Angeli
· D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore
· G. Bollati, L’italiano, Einaudi
· A. Del Boca, Italiani brava gente?, Neri pozza
· F. Germinario, L’alta memoria. L’estrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri
· M. Isnenghi, La polemica dell’8 settembre e le origini della Repubblica, in E. Collotti, Fascismo e antifascismo, Laterza
· S. Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi
· M. Revelli, La storia d’Italia riscritta dalla destra, in “Teoria politica”, 1997, n. 1
· A. Sangiovanni, "Storielle", strategie per una riscrittura della storia da destra, in Linguaggi, comunicazione e uso pubblico della storia. L'Annale Irsifar, F. Angeli

1 commento:

Anonimo ha detto...

Duro! Secondo me l'ultima parola andava messa fra virgolette.

Good again, pero'. Ci ho messo un po' a capire ma spero di esserci riuscito.

David.