Mi scrive un caro amico e diffondo. A breve una risposta:
"Tra delusione e speranza: per un astensionismo partecipante
Convinti della possibilità di aprire uno spazio critico, utile alla trasformazione del Paese in cui viviamo, alle scorse elezioni politiche abbiamo votato per i partiti della sinistra dell’Unione. Quella scelta arrivava dopo un lungo percorso di militanza che ci aveva portato, negli anni passati, ad impegnarci in vario modo nei movimenti sociali e nei partiti politici della sinistra.
Dalle mobilitazioni altermondialiste contro la globalizzazione neoliberista, che dalle strade di Seattle a quelle di Genova avevano portato migliaia e migliaia di donne e di uomini a cercare una via di trasformazione dell’esistente, ci sembrava essere nato un progetto politico finalmente capace di interrogarsi in modo innovativo, sulle tante e complicate domande poste dal secolo che veniva. Quel patrimonio di riflessioni e pratiche, grazie alla generosità di molte e molti, era stato capace di imporsi nell’agenda pubblica dei partiti e dei sindacati maggiormente sensibili ad un ripensamento delle forme tradizionali dell’organizzazione del vivere comune. Per alcuni anni siamo stati capaci di ridisegnare un immaginario pubblico, anche a sinistra, da tempo ancorato a modelli oramai desueti ed inattuali, non all’altezza dei tempi nuovi che viviamo.
A sostanziare questo immaginario aveva contribuito una mobilitazione reale concretizzatasi nelle lotte operaie di Melfi, nella battaglia per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici e nelle grandi manifestazioni per la pace e contro l’intervento militare in Afghanistan prima e in Iraq poi. Nello stesso tempo abbiamo oltrepassato, senza rinnegarlo, il patrimonio tradizionale della sinistra novecentesca, aprendo un inedito terreno di conflitto sulle contraddizioni create dal capitalismo globale. Dalle lotte contro la precarietà sempre più diffusa nei luoghi di lavoro, alla richiesta di libero spostamento di tutte e tutti con la cancellazione di quell’abominio giuridico ed etico che sono i Cpt; dalla resistenza civile contro gli inceneritori di Acerra, il sito nucleare di Scansano e il passaggio della Tav in Val di Susa, fino ad arrivare ai diritti negati del mondo gay, lesbico e transgender, abbiamo saputo metter in campo vecchie e nuove soggettività, tessendo una tela di rivendicazioni, ossatura concreta della città futura che vogliamo costruire.
Nel farlo non ci siamo arrestati neppure di fronte alla repressione più brutale esperita da tanti di noi nelle strade e nelle piazze del pianeta. Abbiamo trovato invece un ostacolo insormontabile nella difficoltà di dare risultati concreti e duraturi a quella lunga stagione di impegno e speranza. Abbiamo creduto quindi che il passaggio di una partecipazione istituzionale al governo del Paese fosse un’occasione per raggiungere quegli obiettivi che non eravamo riusciti ad ottenere ponendoci sul piano della sola mobilitazione nella società.
Ci sembrava, quella in corso, una partita da giocare fino in fondo pur nella consapevolezza dei rischi che quella esperienza, se limitata alla sola cooptazione al governo di pezzi del nostro ceto dirigente, si sarebbe rivelata fallimentare. Nonostante questa preoccupazione, abbiamo sperato - non senza ingenuità probabilmente - che la vittoria del centro-sinistra aprisse uno spazio alla possibilità di condizionamento delle decisioni del nuovo esecutivo, cogliendo quei risultati, magari in forme parziali, che per altro verso non eravamo riusciti a conseguire.
L’azione governativa invece si è rivelata sempre di più, giorno dopo giorno, incapace di accogliere le nostre ragioni o anche semplicemente di confrontarsi con esse. Quanto si è mosso nel paese in termini di richiesta di cambiamento o di effettiva partecipazione alle scelte decisionali- dalla Val di Susa al No Dal Molin, passando per la questione della precarietà e della redistribuzione del reddito - si è anzi scontrato con una chiusura sempre più evidente della compagine governativa.
Da qui una delusione profonda, accresciuta dalla totale assenza di riflessione politica del gruppo dirigente della sinistra su quanto è accaduto in poco meno di due anni di partecipazione al governo. L’incapacità di produrre risultati effettivi si inserisce infatti in un quadro istituzionale, quale quello della democrazia rappresentativa, così come l’abbiamo conosciuta sin’ora, fortemente in crisi.
Il movimento operaio storicamente ha saputo allargare le maglie della democrazia liberale fino a costringerla a trasformarsi da governo dei maggiorenti a governo della maggioranza, riuscendo, al con tempo, ad includere i diritti sociali quale attributo precipuo dell’azione dei governi liberamente eletti. La presenza di organismi sopranazionali quali il WTO, il FMI, la BCE, l’OCSE, ecc. composti da oligarchie tecnocratiche, che decidono delle politiche dei paesi, pur non avendo avuto alcun mandato democratico, ha oggi usurpato questa prerogativa. La democrazia rappresentativa, da terreno di sviluppo della partecipazione politica delle masse popolari e di allargamento dei diritti di cittadinanza, rischia così di trasformarsi in mero meccanismo di ratifica delle compatibilità economiche imposte dal mercato, presentate come naturali ed immodificabili dai principali partiti politici.
Su questi due nodi, cioè giudizio sulla partecipazione governativa e progressiva crisi della democrazia rappresentativa, la sinistra parlamentare non è stata capace di produrre una qualsivoglia riflessione, di mettere in opera un ragionamento sull’insieme delle contraddizioni che pure si sono aperte anche al proprio interno. Giunti a tale punto, senza mettere in discussione la buona fede di molti, ci pare imprescindibile la richiesta di aprire una riflessione culturale e politica su questi due momenti, essendo l’uno strettamente concatenato all’altro. Se la democrazia rappresentativa perde le sue funzioni principali, può infatti la semplice partecipazione ad un governo in seguito ad una vittoria elettorale aprire la porta ad un’alternativa di società? Parimenti, a schiudere tale orizzonte, sono sufficienti parole d’ordine di rinnovata fedeltà ai vecchi precetti?
A nostro avviso, non basta riaffermare in continuazione la crisi della rappresentanza politica e della democrazia, se poi, concretamente, si riproducono comportamenti e prassi di tipo dirigistico e verticistico. La nascita stessa della “Sinistra, l’ Arcobaleno”, la formazione delle liste elettorali, la scelta del candidato premier, si sono contraddistinte per la negazione di qualsiasi processo di partecipazione dal basso. L’evidente timore che una reale apertura spazzasse via i gruppi dirigenti dei singoli partiti, preoccupati più della propria auto-perpetuazione che di fare i conti con l’innegabile sconfitta della loro strategia politica, li ha spinti a rimandare la riflessione su queste questioni nascondendosi dietro l’urgenza della formazione di un cartello elettorale per le prossime elezioni politiche.
La crisi della democrazia rappresentativa merita risposte serie. Se non si ha il coraggio di aprirsi, di far contare realmente militanti, iscritti e simpatizzanti, delegando dall’alto verso il basso il potere decisionale sulle scelte politiche da compiere, non solo non si superano i limiti già noti della rappresentanza, ma si finisce per riproporre un modello leaderistico e carismatico, da cui a parole si dice di essere lontani, ma che nei fatti si ripropone costantemente come sola soluzione possibile. Crediamo invece giunta l’ora che alle enunciazioni si accompagnino i fatti, perché partecipazione e democrazia costituiscono un binomio irrinunciabile per la costruzione di un qualsiasi progetto politico di sinistra, se non vogliamo ridurre l’uso di questa parola a mero esercizio retorico. Priorità, obiettivi programmatici, candidature elettorali, leadership, per acquisire legittimità e credibilità devono essere il frutto di un percorso di discussione e di decisione condiviso, che superi il verticismo delle attuali gerarchie di partito. Senza questa inversione di tendenza, il presunto “nuovo” nasce morto, e la Sinistra perde le ragioni stesse della sua esistenza.
Il progetto politico di una sinistra unitaria che raccolga l’eredità dei diversi movimenti che hanno animato il conflitto sociale di questi anni, dal femminismo all’ambientalismo, dall’anticapitalismo al pacifismo, resta per noi un orizzonte difficilmente eludibile, e nel quale crediamo molto. Tuttavia l’ennesima prova di cecità dei gruppi dirigenti dei partiti della “Sinistra, l’Arcobaleno”, confermata dalla modalità di costruzione adottate per il nuovo soggetto politico, ci induce a prendere le distanze in maniera netta ed inequivocabile da prassi che non riconosciamo nostre. Pur valutando inderogabile la necessità di una rappresentanza istituzionale unitaria e non marginale della sinistra, pensiamo quindi impossibile legittimare con il nostro voto tali pratiche. Votare queste classi dirigenti ci appare infatti l’ennesima delega in bianco affidata ad un ceto politico incapace di assumersi le proprie responsabilità per le scelte sbagliate del passato e di aprire un reale percorso di rinnovamento per il presente.
Affidata ai responsabili di una tale e palese sconfitta, la possibilità di una forza politica che si ponga l’obbiettivo di incidere concretamente sugli assetti di potere del nostro Paese rischia di rimanere sepolta da logiche correntizie e da rendite di posizione che sono prevalse fino ad oggi, svilendo e umiliando i propositi di cambiamento che molti nel popolo della sinistra avevano chiesto e continuano a chiedere.
Pensiamo invece che un soggetto nuovo di sinistra debba essere capace di intercettare quel desiderio profondo di mutamento che abita tanta parte della società italiana e che è respinto da una politica incapace di accendere passioni e di costruire un immaginario di liberazione. Crediamo che la politica debba essere in grado di suscitare speranze e produrre identificazione, costruendo un progetto di trasformazione che faccia finalmente i conti con un quadro sociale, politico ed economico definitivamente mutato nelle forme, ma non nella logica che lo presiede. Pensiamo inoltre che una sinistra che voglia avere una ragione effettiva di esistenza e quindi la possibilità di costruire un altro mondo, debba interrogarsi sulla complessità della società globale. Partecipando, infatti, ai dibattiti pubblici in questi anni abbiamo osservato una, talvolta francamente disarmante, incapacità a fare i conti fino in fondo con l’elaborazione di un nostro progetto politico complessivo.
Pur vedendo interamente riconfermata la giustezza delle nostre intuizioni sulle tante contraddizioni poste dalla globalizzazione neoliberista, non possiamo sorvolare sull’incapacità di elaborare una sintesi complessiva realmente in grado di affrontare i problemi che oggi si pongono. Più forte allora deve essere lo sforzo di comprendere ciò che ci circonda, sviscerando le logiche profonde che ci governano: rapporti sociali, condizionamenti economici, relazioni interpersonali, vanno comprese per rovesciarne il significato dischiudendo nuovi orizzonti di liberazione. Crediamo che questo obbiettivo richieda l’impegno e la partecipazione di tutte e tutti. Partendo da noi stessi, portiamo ciascuno nella sfera pubblica bisogni e desideri, ponendoci insieme domande per risposte da cercare in maniera comune, e riprendiamoci la politica, costruendo pratiche orizzontali ed antigerarchiche di organizzazione. Solo così, senza paura di farsi domande e cercare risposte si possono gettare le basi per un superamento dell’esistente".
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