Chi conosce bene la produzione storiografica di Piero Bevilacqua, dagli studi sul mezzogiorno e sull’agricoltura contemporanea a quelli sull’ambiente, passando attraverso alcune acute riflessioni sul metodo storiografico, sa bene quanto il suo ultimo lavoro, Elogio della radicalità[1], costituisca la naturale evoluzione di un percorso di approfondimento del territorio, degli uomini che lo abitano e dei fenomeni naturali ed economici che lo regolano.
“Essere radicale significa cogliere le cose alla radice” ha scritto Marx, da cui l’importanza dell’analisi dello storico nel restituire ai processi economici la completezza del loro divenire. Comprendere la genesi e l’evoluzione di un fenomeno è la condizione minima non solo per analizzarne gli squilibri e le devianze ma anche per prospettarne il superamento. Che è intento dichiarato dell’autore. Risvegliare cioè i cittadini, i politici, la stampa da quel “lungo e profondo sonno dogmatico” che dura ormai da più di trent’anni. Un sonno che ci ha condotti ad abbracciare le tesi ultraliberiste che da Reagan a Bush, dalla Thatcher a Berlusconi hanno sregolato il mercato, depotenziato i meccanismi di controllo e detassato la produzione di flessibilità, generando precarietà e povertà diffusa.
Nuove porte, nuovi scenari si aprono oggi, perché nuovi soggetti si affacciano sulla scena della povertà, soggetti che a lungo ne erano rimasti fuori, riuscendo, seppur marginalmente, a essere parte integrante della grande recita dello sviluppo senza limiti. Questi soggetti – la cosiddetta middle class – vengono ora risucchiati dal vortice della crisi sistemica che colpisce il mondo occidentalizzato, non solo col calo dei salari e l’aumento della precarietà, ma anche con l’aumento dell’orario di lavoro e il disconoscimento di alcune importanti conquiste nell’ambito dei diritti alla sicurezza e alla rappresentanza sul lavoro. A ciò si aggiunga poi il perdurante declino della qualità dei servizi offerti e del loro costo sempre più elevato (acqua, trasporti, sanità, scuola…).
L’ampliamento del bacino degli insoddisfatti, il loro ingresso nel mondo della povertà e in alcune realtà dell’indigenza, sul piano statistico e sul piano umano rappresenta indubbiamente una sconfitta delle società contemporanee, ma sul piano delle potenzialità rivendicative segna un punto a favore in mano a chi vuole uscire dalla crisi attraverso un ripensamento dei meccanismi di crescita economica se non attraverso un ripensamento della crescita stessa. Interrogarsi su come uscire da questa impasse è oggi non solo importante, ma necessario, purché – sostiene Bevilacqua – lo si faccia con la consapevolezza che questo non è il tempo delle aspettative palingenetiche e che “il nuovo edificio si costruisce anche con molti materiali già pronti, con i mattoni già accumulati che lo sviluppo capitalistico e le lotte operaie e popolari ci hanno lasciato in eredità”[2].
Il primo passo consiste certamente nel restituire credibilità alla politica, svincolandola dall’economia. Da molti anni ormai lo Stato è tornato a presentarsi – per dirla ancora con Marx – come il “comitato d’affari della borghesia”. Si è verificato cioè un processo di rifeudalizzazione dello spazio pubblico. Il revolving door (porta girevole), col quale si indica l’abitudine continua allo scambio di ruoli e poltrone tra politica ed economia, è divenuto prassi comune a tutti i paesi industrializzati, in modo particolarmente evidente in Italia.
In questo scenario, secondo l’autore, pur valorizzando le iniziative dal basso, le potenzialità della società civile e l’uso dirompente che essa può fare e già fa della Rete, occorre recuperare i partiti alla politica, svincolarli dalle corporations e restituirli alla rappresentanza cittadina che vede in loro sempre più lo strumento principale della degenerazione morale.
Non solo i partiti, però. Già con Sull’utilità della storia, poi ancora con Miseria dello sviluppo, Bevilacqua ha colto la straordinaria trasformazione mentale che avrebbe dovuto attraversare il cittadino e il cittadino-consumatore nel ripensare se stesso, nel riformulare i propri bisogni e le proprie aspirazioni. Oggi, del resto, “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”[3]. Rimpicciolire gli uomini, pertanto, quanto ai consumi; ampliarli, invece, nelle loro ambizioni.
Una siffatta coscienza mentale, critica e individuale, però, sarà possibile solo se riusciremo a restituire ai saperi umanistici l’importanza che meritano, solo se sapremo restituire ad essi la centralità perduta negli spazi educativi, quelli universitari principalmente[4]. Per far ciò, la scuola e l’università – come la politica – dovranno emanciparsi dall’economia, rifuggendo l’idea di un’istruzione tutta tesa alla preparazione al mondo del lavoro, a creare il soldato di fabbrica, privo di aspirazioni, già pronto mentalmente alle dinamiche d’impresa, ai crediti, ai corsi compatti, al marketing, alla pubblicità e all’idea che la cultura sia solo anticamera del profitto. Lo studente dovrà invece riscoprire la sola gioia di coltivare il proprio intelletto e sviluppare una concezione critica del mondo, perché la cultura non è merce ma arricchimento spirituale. Ed è proprio la cultura che può aiutare – nota l’autore – a smascherare le falsità del moderatismo contemporaneo, che altro non è che una nuova forma di totalitarismo imperante. Il capitalismo, la sola bandiera che sventola nelle case dei moderati, “è una architettura fondata sul potere dell’egemonia”, radicata nelle coscienze dei cittadini, dei consumatori. Solo quelle coscienze potranno rompere l’asservimento egemonico al mito della crescita che ormai da anni si è dimostrato incapace di rigenerarsi e di porre riparo ai danni causati. Solo quelle coscienze, riscattandosi, potranno restituire al nostro mondo “la capacità di pensare al di fuori del recinto delle necessità capitalistiche”[5]
[1] Laterza, Roma-Bari 2012
[2] Ivi, p. 61
[3] Id, Miseria dello sviluppo, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 73
[4] Sul ruolo dei saperi umanistici e sul moderno asservimento dei saperi scientifici alle ragioni del mercato e della produzione industriale, Id, Saper umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in Id (a cura di), A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011, pp. 3-19.
[5] Id, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, p. XXIX
“Essere radicale significa cogliere le cose alla radice” ha scritto Marx, da cui l’importanza dell’analisi dello storico nel restituire ai processi economici la completezza del loro divenire. Comprendere la genesi e l’evoluzione di un fenomeno è la condizione minima non solo per analizzarne gli squilibri e le devianze ma anche per prospettarne il superamento. Che è intento dichiarato dell’autore. Risvegliare cioè i cittadini, i politici, la stampa da quel “lungo e profondo sonno dogmatico” che dura ormai da più di trent’anni. Un sonno che ci ha condotti ad abbracciare le tesi ultraliberiste che da Reagan a Bush, dalla Thatcher a Berlusconi hanno sregolato il mercato, depotenziato i meccanismi di controllo e detassato la produzione di flessibilità, generando precarietà e povertà diffusa.
Nuove porte, nuovi scenari si aprono oggi, perché nuovi soggetti si affacciano sulla scena della povertà, soggetti che a lungo ne erano rimasti fuori, riuscendo, seppur marginalmente, a essere parte integrante della grande recita dello sviluppo senza limiti. Questi soggetti – la cosiddetta middle class – vengono ora risucchiati dal vortice della crisi sistemica che colpisce il mondo occidentalizzato, non solo col calo dei salari e l’aumento della precarietà, ma anche con l’aumento dell’orario di lavoro e il disconoscimento di alcune importanti conquiste nell’ambito dei diritti alla sicurezza e alla rappresentanza sul lavoro. A ciò si aggiunga poi il perdurante declino della qualità dei servizi offerti e del loro costo sempre più elevato (acqua, trasporti, sanità, scuola…).
L’ampliamento del bacino degli insoddisfatti, il loro ingresso nel mondo della povertà e in alcune realtà dell’indigenza, sul piano statistico e sul piano umano rappresenta indubbiamente una sconfitta delle società contemporanee, ma sul piano delle potenzialità rivendicative segna un punto a favore in mano a chi vuole uscire dalla crisi attraverso un ripensamento dei meccanismi di crescita economica se non attraverso un ripensamento della crescita stessa. Interrogarsi su come uscire da questa impasse è oggi non solo importante, ma necessario, purché – sostiene Bevilacqua – lo si faccia con la consapevolezza che questo non è il tempo delle aspettative palingenetiche e che “il nuovo edificio si costruisce anche con molti materiali già pronti, con i mattoni già accumulati che lo sviluppo capitalistico e le lotte operaie e popolari ci hanno lasciato in eredità”[2].
Il primo passo consiste certamente nel restituire credibilità alla politica, svincolandola dall’economia. Da molti anni ormai lo Stato è tornato a presentarsi – per dirla ancora con Marx – come il “comitato d’affari della borghesia”. Si è verificato cioè un processo di rifeudalizzazione dello spazio pubblico. Il revolving door (porta girevole), col quale si indica l’abitudine continua allo scambio di ruoli e poltrone tra politica ed economia, è divenuto prassi comune a tutti i paesi industrializzati, in modo particolarmente evidente in Italia.
In questo scenario, secondo l’autore, pur valorizzando le iniziative dal basso, le potenzialità della società civile e l’uso dirompente che essa può fare e già fa della Rete, occorre recuperare i partiti alla politica, svincolarli dalle corporations e restituirli alla rappresentanza cittadina che vede in loro sempre più lo strumento principale della degenerazione morale.
Non solo i partiti, però. Già con Sull’utilità della storia, poi ancora con Miseria dello sviluppo, Bevilacqua ha colto la straordinaria trasformazione mentale che avrebbe dovuto attraversare il cittadino e il cittadino-consumatore nel ripensare se stesso, nel riformulare i propri bisogni e le proprie aspirazioni. Oggi, del resto, “viviamo in una terra utopica in cui le merci danno la caccia agli uomini”[3]. Rimpicciolire gli uomini, pertanto, quanto ai consumi; ampliarli, invece, nelle loro ambizioni.
Una siffatta coscienza mentale, critica e individuale, però, sarà possibile solo se riusciremo a restituire ai saperi umanistici l’importanza che meritano, solo se sapremo restituire ad essi la centralità perduta negli spazi educativi, quelli universitari principalmente[4]. Per far ciò, la scuola e l’università – come la politica – dovranno emanciparsi dall’economia, rifuggendo l’idea di un’istruzione tutta tesa alla preparazione al mondo del lavoro, a creare il soldato di fabbrica, privo di aspirazioni, già pronto mentalmente alle dinamiche d’impresa, ai crediti, ai corsi compatti, al marketing, alla pubblicità e all’idea che la cultura sia solo anticamera del profitto. Lo studente dovrà invece riscoprire la sola gioia di coltivare il proprio intelletto e sviluppare una concezione critica del mondo, perché la cultura non è merce ma arricchimento spirituale. Ed è proprio la cultura che può aiutare – nota l’autore – a smascherare le falsità del moderatismo contemporaneo, che altro non è che una nuova forma di totalitarismo imperante. Il capitalismo, la sola bandiera che sventola nelle case dei moderati, “è una architettura fondata sul potere dell’egemonia”, radicata nelle coscienze dei cittadini, dei consumatori. Solo quelle coscienze potranno rompere l’asservimento egemonico al mito della crescita che ormai da anni si è dimostrato incapace di rigenerarsi e di porre riparo ai danni causati. Solo quelle coscienze, riscattandosi, potranno restituire al nostro mondo “la capacità di pensare al di fuori del recinto delle necessità capitalistiche”[5]
[1] Laterza, Roma-Bari 2012
[2] Ivi, p. 61
[3] Id, Miseria dello sviluppo, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 73
[4] Sul ruolo dei saperi umanistici e sul moderno asservimento dei saperi scientifici alle ragioni del mercato e della produzione industriale, Id, Saper umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in Id (a cura di), A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011, pp. 3-19.
[5] Id, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, p. XXIX
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