lunedì 22 febbraio 2010

Da Marcuse a X factor passando per Craxi [seconda parte]

Il libro di Crainz (Autobiografia di una Repubblica, Donzelli) sembra voler sorvolare orizzonti più ampi, almeno cronologicamente. Difatti, quando ci si pone il problema di scoprire le radici dell’Italia attuale, il pensiero porta ai limiti della Riforma protestante in Italia (tesi di gobettiana memoria), agli anni dei Comuni, al ruolo della Chiesa nel frenare il riformismo rivoluzionario francese tra diciottesimo e diciannovesimo secolo…
Ma Crainz non appartiene alla schiera di coloro che credono nelle tare millenarie, nei difetti genetici dei popoli e delle nazioni e la risposta a domande come che paese siamo? (Bocca) o dove è iniziata la mutazione genetica? (Scalfari) vanno ricercate in un passato più recente, nella crisi della Repubblica.
Una repubblica che portava con sé del marcio, questo è fuor di dubbio: l’abusivismo, l’incapacità di programmare una sana azione economica, la pervasività dei partiti…sono esempi a campione di un deficit civile prima che politico. Ma quella stessa repubblica aveva coltivato in sé, forse proprio grazie a quella dimensione totalizzante della politica, il germe di una forza di reazione e di cambiamento che in dieci anni trasformò la concezione stessa di cittadino.
I giovani del ’68 furono i primi protagonisti di questo vento di cambiamento. La scuola non li rappresentava più con quel mix di classismo, autoritarismo e nozionismo che segnavano una distanza abissale dalla società moderna.
Sono stanchi di copiare il Partenone diceva Camilla Cederna in merito alle agitazioni degli studenti di Architettura.
Le assemblee divennero così un luogo di formazione e di circolazione delle idee. Forse gli studenti appresero in quegli anni meno nozioni, ma impararono a pensare, impararono a scegliere.
Poi il fenomeno si estremizzò, prima in battaglie sociali encomiabili come quella sui manicomi, poi esasperando la connotazione politica, nelle fabbriche soprattutto, dove il movimento si sfilacciò, confluendo in parte nei gruppi extraparlamentari, in piccolissima parte nei gruppi terroristi.
Ma già agli inizi degli anni settanta la partecipazione aveva assunto caratteri diversi, ideologici più che spontanei, come ben sottolineato da Vittorio Foa (“il movimento non si espanse nelle fabbriche, vi si chiuse[…] straordinarie energie giovanili furono disperse nel riscoprire e ripetere la Dottrina”).
Il declino, quello civile quanto meno, non ha inizio con la crisi petrolifera, con l’aumento della disoccupazione e del lavoro nero. Ha inizio col crollo delle certezze, della passione, dei riferimenti. Della Russia si sa ormai tutto, di Mao si comincia a sapere. Il mito del Vietnam si infrange di fronte alle immagini del “boat people”, migliaia di vietnamiti in fuga dal regime in condizioni disperate; sorte simile accade al simbolo dei simboli, la classe operaia, che appare ora come classe garantita, quella del posto sicuro e delle pensioni che non si toccano, anche e soprattutto se le aziende sono in deficit.
Questi sono accenni di un cambiamento che gli anni settanta facevano presagire e che gli anni ottanta normalizzarono.
Se ne accorsero per primi – ci racconta Crainz – pochi ma illuminati osservatori, come Enzo Forcella che cominciò a parlare di riflusso; Eugenio Scalfari, che sottolineava come il “travoltismo” della Febbre del sabato sera attirasse i giovani molto più delle lotte; o come Alfonso Madeo che annotava l’impressione di “una normalità consueta, alacre, ordinata. Un silenzio che infastidisce, che comunica una sensazione di angoscia”. I crocchi politici erano stati sostituiti da “una fila di bancarelle proprio simili a quelle che affollano Piazza Navona: poster, calendari, cinture, stuzzicadenti, bicchieri, corde, paralumi, cravatte, giacconi, dischi, cianfrusaglie”.
Uno scarto netto, una cesura pian piano sempre più evidente della quale Roberto Roversi seppe disegnare i contorni a disfacimento in corso (“nel Settanta si pensava a tutto/negli anni Ottanta si è perduto tutto”).
Emergevano nuovi ceti, nuovi bisogni, nuove aspirazioni. Un individualismo da corsa all’oro e un senso di continua insoddisfazione per una ricchezza fuggevole anche se apparentemente dietro l’angolo. Tutto ciò prendeva il posto di quelle rivendicazioni comunitarie, etiche e di principio che avevano mosso la società civile del tempo.
La trasformazione fu quindi economica e sociale ancor prima che politica. La politica, tuttavia, non tardò molto a comprendere quale terreno fertile si celasse dietro i nuovi valori.
Il Psi di Craxi fu il partito che meglio cavalcò le esigenze dei nuovi strati sociali. Ma con esso, e anche per suo tramite, a farsi portatori della nuova politica fu un immenso ceto di amministratori di enti, banche, patronati, sindacati; o, come ci ricorda Silvio Lanaro, le undicimila cariche di nomina politica delle USL immediatamente occupate da “giovani faccendieri in ascesa, opachi funzionari di seconda fila, apprendisti pronti a esibirsi su altri palcoscenici, ex deputati, ex sindaci, ex assessori”. Il tutto coronato da un aumento a dismisura dell’indebitamento pubblico e della corruzione.
Ma Crainz sa perfettamente che la corruzione non nasce con gli anni Ottanta. Se già nel 1980 Giorgio Galli poteva commentare lo scandalo dei petroli invitando a non definirlo scandolo perché in realtà specchio di un sistema ben noto, è evidente che gli anni settanta già conoscevano i contorni dell’affarismo. Tuttavia gli Ottanta ci consegnano, ricorda Crainz, due elementi di novità: la diffusione capillare dell’intreccio tra affarismo e “personaggi investiti da mandato di rappresentanza” e, ancor più grave, un senso di rassegnazione dei cittadini di fronte alle storture e alla semplice esistenza di tale (male)affarismo.
Fu su questo terreno che le leghe poterono affermarsi. Fu sempre su questo terreno che Tangentopoli seppe generare solo giustizialismo, un comprensibile bisogno di giustizialismo delle persone, ma completamente privo di risveglio civile.
Un nuovo senso di smarrimento del quale, questa volta, fu proprio l’affarismo, in prima persona, a farsi salvatore. E lo fece scaricando il fardello sui partiti, cavalcando l’onda di un’antipolitica radicale, almeno fino a quando non si trattava di ricevere i soldi del finanziamento pubblico e/o i rimborsi elettorali.
Il nuovo stile politico, del resto, Scalfari lo aveva intuito già sul finire degli anni Ottanta, a margine di un commento sul predicatore Celentano a Fantastico: “l’uomo di successo che si è fatto da solo; il clan che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile […] a dirla in breve si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità. […] Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l’esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico”.
Di lì a poco, siamo nel 1994, Barbara Spinelli avrebbe posto l’accento su quella massa cospicua e inerme di italiani: “di punto in bianco si sta scoprendo che la Gente in Italia non è il cosmo rotondo e perfetto che fu vagheggiato all’inizio di Tangentopoli. Non incarna il bene, né il vero, né il bello. Non è il popolo buono che si oppone ai politicanti malvagi. […] D’un tratto la Gente appare diversa, come smascherata dopo il successo di Berlusconi, della Lega e dei neofascisti: da bella è diventata bruttissima; da civile è diventata incivile; e non solo incivile, ma idiota […] Sembra una fiaba con fine infelice: c’era il principe, e nelle ultime righe si apprende che invece era un rospo”.
Verrebbe voglia di mollare, sussurra Crainz. Ammainare la bandiera, scendere dalla nave, rifugiarsi nella casa sulla collina...fare propri gli umori del viaggiatore cerimonioso di Caproni:

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero amici, Addio.
Di questo sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento

…“si può, invece, rimanere in carrozza. Sapendo che il viaggio sarà molto lungo e molto disagevole”.

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