sabato 19 dicembre 2009

DA MARCUSE A X FACTOR…PASSANDO PER CRAXI [prima parte]

Chi mi ha seguito in questi due anni di blog conosce bene il senso di vuoto che attribuisco alla mia generazione, quella figlia degli anni ’80, del consumismo e del trionfo del privato.
Una generazione che ha imparato a diffidare delle speranze, dei progetti, delle dimensioni planetarie e a rifugiarsi nel particulare, il proprio, ovviamente.
Alla fine degli anni settanta due libri colsero con precocità quel senso di smarrimento, quel distacco crescente tra il dinamismo straordinario della società civile che aveva caratterizzato gli anni sessanta e settanta e quel senso di fuga e di immobilismo che cominciava già nel ‘78/’79 a pervadere quella stessa società. Si tratta di Ragazzi di stadio e Operai senza politica. Il primo è una sorta di libro-inchiesta voluto dal Comune di Torino, prefato dal politologo Gian Enrico Rusconi. Il titolo, assai emblematico, riassume il senso dell’inchiesta individuando i nuovi valori dei giovani. Non più la politica, l’impegno o la gaberiana libertà come partecipazione, ma l’individualismo e il bisogno di integrarsi conformandosi. Non erano più la piazza, i cortei, le sedi di partito, le assemblee i luoghi dove esprimere la propria personalità, ma la discoteca, i locali, lo stadio, appunto.
Il secondo libro, Operai senza politica, è uno straordinario libro-intervista curato da Marco Revelli e Brunello Mantelli che mette in luce la fine della centralità operaia nella lotta politica (obiettivo e conquista principe dell’era craxiana) ma anche la fine della politica nella centralità delle lotte operaie, alla Fiat principalmente. Ad agire in tal senso contribuirono di certo il terrorismo e l’omicidio Moro ma anche la sciagurata scelta del compromesso storico. L’operaio abbandonava la politica e la politica abbandonava gli operai…e la marcia dei 40000 era dietro l’angolo.
Non c’erano solo libri ovviamente. Nel 1978 Rino Gaetano in Nuntereggae più cantava l’insofferenza per la politica e il desiderio di allontanarsi da essa. Differivano le forme, ma le motivazioni e gli esiti erano simili.
Si smarriva di colpo quel senso di comunità che aveva caratterizzato un ventennio di straordinarie conquiste per i lavoratori, le donne, gli studenti…, lasciando spazio a quel trionfo del privato che di lì a poco avrebbe teorizzato con efficacia Ernesto Galli della Loggia.
Oggi altri due libri tornano su questi aspetti. Con approcci diversi, certo, ma con la comune finalità di ricordare il senso di quelle lotte e l’importanza dei benefici che ci hanno dato. Non è solo nostalgia (i due storici furono tra i protagonisti di quelle battaglie), quanto il fine ultimo dello storicizzare: comprendere il presente analizzando il passato.
E’ in quella cesura che possiamo cercare i mali di oggi? E’ veramente necessario tornare alle lotte fra i comuni o alla Controriforma per scoprire i mali del popolo italico oppure, più modestamente, possiamo voltarci e intravedere ancora ad occhio nudo le mostruosità che ci hanno reso così incapaci di opporci alla schedatura dei rom, alle classi per gli immigrati, alla privatizzazione dell’acqua e a chissà cos’altro?
Il primo libro di cui voglio parlarvi è Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, scritto da Giovanni De Luna e edito da Laterza.
De Luna, all’epoca responsabile della sezione torinese di Lotta Continua, compie una ricognizione di quel tormentato decennio cercando di porre in evidenza non tanto gli eventi quanto le motivazioni che li determinarono; non il numero dei morti, quanto la rimozione della loro memoria; non la dimensione politica del fenomeno quanto quella collettiva prima e individuale poi.
Il dato di partenza è ovvio. Come è possibile che un movimento sognatore come quello del sessantotto possa esser sfociato nella dimensione terroristica? Di certo – ci racconta De Luna – un ruolo pesante l’ha giocato la completa impunità di quegli apparati deviati dello Stato che rimasero fortemente collusi con la stagione dello stragi (Piazza Fontana, il treno del Sole, la questura di Milano, Piazza La Loggia a Brescia, il treno Italicus fino alla Stazione di Bologna). Un lungo percorso durato 11 anni e costato 150 morti e 652 feriti senza alcun colpevole! Col rammarico, anzi, di una sentenza, quella della Cassazione nel maggio 2005 su Piazza Fontana, che mentre calava il sipario sulla ricerca di colpevoli e mandanti per una strage “vecchia” 36 anni, condannava i familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali.
Un esito non diverso da tante altre microstorie, come quella relativa alle schedature Fiat agli inizi degli anni 70, ostacolata in ogni modo per otto anni fino alla sentenza di prescrizione di tutti gli imputati giunta nel 1979; o come il recente e vergognoso esito della vicenda della scuola Diaz a Genova.
E’ la doppia lealtà, il doppio stato, come ampiamente teorizzato sul piano storiografico da Franco De Felice. Non una duplicazione degli apparati, ma un intreccio tra essi, con l’occhio rivolto ai processi politici in primo luogo, ma anche agli sviluppi economici. Già, perché la crisi economica che investì gli anni settanta, l’emergere della classe media e l’innovazione (si legga involuzione) politica traghettata dal Psi di Craxi a partire almeno dal 1978, fece emergere una centralità dell’economia che finì presto con l’esaurirsi in superiorità di essa sulla politica. L’intreccio di questo fenomeno – peraltro di portata internazionale – con la spoliticizzazione della classe operaia, segnò una netta cesura nelle modalità di licenziamento nelle fabbriche: a essere allontanati non furono più i militanti politici, ma i malati; tutti coloro che non erano in grado di garantire produttività. Il taglio dei tre punti di scala mobile voluto da Craxi si inserisce in questo clima, non meno però – purtroppo – della sconfitta del referendum dell’85 per ripristinarli.
Ma tornando al doppio stato, l’ex Presidente della Repubblica Cossiga non ha tentennato poi molto nel suggerire lo scorso anno la riesumazione di atteggiamenti ingloriosi per una democrazia, come le infiltrazioni di agenti provocatori tra i manifestanti. Quegli stessi agenti che nel maggio del ’77, con Cossiga Ministro degli Interni, uccisero a Roma Giorgiana Masi!
“La violenza – ci racconta De Luna – gli studenti del ’68 la incontrarono senza teorizzarla”. “La violenza – ora è Guido Viale a parlare – il movimento non l’ha inventata né scoperta. La riceve”. Certo di essa si parlava, la si teorizzava anche. E forse qualcuno la considerava già uno strumento che prima o poi il movimento avrebbe dovuto usare; ma furono lo stragismo, le cariche della polizia, gli sgomberi delle università e le uccisioni impunite ad accelerare e radicalizzare lo scontro.
Ed è proprio qui che viene marcato il segno più evidente di discontinuità tra il ’68 e il terrorismo: la scelta della lotta armata è il simbolo più evidente del ripiegamento nella sfera privata pur nel perseguimento di un obbiettivo collettivo. Le fazioni e sigle combattenti sono staccate dalla società e dalle masse, ma anche fra loro. Sono il segno della rottura del pubblico e incarnano in loro quel ritorno al privato che caratterizzerà il passaggio agli anni ottanta.
“La violenza non più vissuta come una necessità o una scelta obbligata, ma come asse di riferimento assunto consapevolmente, priorità decisiva per una strategia compiutamente rivoluzionaria: fu questo capovolgimento l’anticamera dei percorsi che portarono al terrorismo e alla nascita delle Brigate rosse. E fu la fine”.
Gli anni di piombo si impossessarono di tutto il decennio, schiacciando sotto la lente della violenza (armata e contro lo stato) tutte le istanze riformatrici e rivoluzionarie di cui erano intrise le battaglie del movimento e dei gruppi extraparlamentari. Le lotte di emancipazione femminile e giovanile, le occupazioni delle case, le battaglie per i salari, quelle per una scuola più libera…furono travolte nella memoria contemporanea dalla memoria del terrorismo. Una memoria fatta di spettacolarizzazione della violenza, di esaltazione del dolore e di prevaricazione del mistero sulla conoscenza. Una memoria esorbitante, divoratrice della storia.
Il frutto non è meno distorto: il ’68 altro non è che l’anticamera del terrorismo e ciò che il ’68 ci ha lasciato è qualcosa dal quale sarebbe il caso di liberarsi.
La vera natura del ’68, quella sognatrice, apolitica, critica del dogmatismo ideologico tipico tanto del comunismo quanto delle ideologie novecentesche, viene smarrita per ridursi a strumento effimero della lotta comunista.
Ma De Luna ci ricorda le infinite contrapposizioni del movimento alla linea togliattiana e a quella del Pci, la presa di distanza dall’Urss e dal modello di partito e società burocratica preconizzati dal comunismo; ci ricorda l’abbraccio alla linea del Che, la mobilitazione diretta e non mediata nelle lotte a fianco dei senzatetto, l’idea di una politica fatta dal basso. Aspetti centrali del movimento eppure finiti nell’oblio della memoria ufficiale.
Certo, la legislazione ancora si avvantaggia di alcune di quelle conquiste, ma la nostra percezione della forza potenziale delle persone e delle collettività ha subito un colpo profondo. Difenderle è stato e sarà ancora difficile se non comprenderemo al più presto quanto sia importante potersene giovare ancora.

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