Quale migliore occasione della visita del Colonnello Gheddafi per tornare a scrivere dopo lungo, troppo tempo sul mio blog. L’occasione è particolarmente ghiotta perché la “questione Gheddafi” si muove su più piani, tutti particolarmente cari a chi scrive: storia, politica, cultura…
Cominciamo subito col dire che l’Italia, ancora una volta, ha perso una buona occasione per fare i conti con il proprio passato coloniale (non solo fascista).
Abbiamo bene in mente il dibattito sulle foibe, tutto falsamente e ipocritamente circoscritto al conflitto ideologico anticomunista; un dibattito scevro delle motivazioni di carattere nazionale e di eredità ottocentesca che erano dietro la follia omicida che caratterizzò l’evento foibe. Poco o nulla incentrato, inoltre, sullo spirito revanscista e antifascista che aveva mosso quegli uomini, costretti per tutto il ventennio a subire violente politiche di snazionalizzazione e segregazione.
La conoscenza della storia non serve a giustificare, serve a comprendere.
E’ per questo motivo che quando vediamo Gheddafi scendere dall’aereo “indossando” l’immagine di Omar al Muktar, un eroe nazionale libico ucciso dai fascisti durante la guerra di liberazione, non dobbiamo vedere in lui il vecchio nemico capace solo di guardare al passato, dobbiamo leggere in quel gesto la volontà di rimarcare il carattere identitario del suo ruolo di capo di Stato. Il progetto di indipendenza e di ricomposizione dell’identità nazionale libica è e sarà sempre uno dei principi essenziali della sua politica.
Poi, ovviamente, c’è il contesto più ampio: nulla e nessuno potrà negare che il terzomondismo di Gheddafi è forse la sola componente del suo progetto politico che egli possa rivendicare con fierezza di contro alla realtà dittatoriale del suo ruolo politico. Nessuno, lo ripeto, potrà mai dubitare del fatto che Gheddafi sia un dittatore e che tanto la Libia, quanto il progetto politico del suo leader siano ben distanti dall’essere democratici.
Ma la questione rimane: Gheddafi ben sa (chi non lo sa, del resto?), che la incredibile e forse vergognosa accoglienza che gli abbiamo riservato non nasce da un nostro desiderio di pacificazione storico-culturale, ma da esigenze economiche (gas). Egli, tuttavia, avrebbe fatto un torto al suo popolo se venendo in Italia non avesse ricordato agli italiani le brutalità compiute in Libia agli inizi del secondo decennio del novecento, di nuovo agli inizi del terzo e poi ancora, almeno, per tutti gli anni trenta.
Come un torto, del resto, hanno fatto e continuano a fare agli italiani tutti quei politici e cripto-intellettuali nostrani che continuano a negare le atrocità compiute dal nostro popolo in territorio libico, o peggio ancora a tacere su di esse. L’ignoranza fa sì che oggi persistano convinzioni e arroccamenti quali “ma noi gli abbiamo costruito ponti e strade”; “noi gli abbiamo dato una cultura”.
Le scuole italiane erano solo per gli italiani. I ponti e le strade furono costruiti solo nelle zone adibite al traffico di merci per l’Italia, mercato che si basava interamente sullo sfruttamento delle risorse libiche e sul vile sfruttamento della manodopera (quasi esclusivamente libica…gli italiani, infatti, erano pagati molto di più). Tutto ciò senza dimenticare le durissime politiche repressive attuate contro chiunque manifestasse dissenso, gli spostamenti forzati, la reclusione di migliaia di persone in campi di concentramento e l’uso sistematico della violenza, della tortura e della pena di morte contro i dissenzienti (gli storici hanno valutato che circa 100000 libici persero la vita negli anni di occupazione, su una popolazione di circa 800000 persone…1 su 8!).
Piero Bevilacqua, forse il maggiore studioso di storia dell'agricoltura nel nostro paese, ci ha ricordato come gli agronomi italiani, nell’ottica del sostentamento alla battaglia del grano avviata dal regime già negli anni ’20, abbiano trasformato i terreni policolturali coloniali in monocolturali, danneggiandoli irreparabilmente. Qui non si vuole sostenere che la Libia fosse prima dell’arrivo degli italiani ricca di terre verdi e di alberi da frutto, di certo però la sua agricoltura era più variegata e le perdite che gli abbiamo inflitto creano conseguenze ancora oggi.
Ecco perché la storia può aiutarci a capire il presente. Ecco perché dovremmo imparare a comprendere ciò che siamo stati e scusarci (non solo le autorità, il popolo tutto!).
In Germania e in Francia questo tentativo è stato fatto, seppur con risultati incerti. Certo, quei paesi hanno un bagaglio di colpe ben più ampio del nostro, però questa considerazione dovrebbe spingerci ad essere più fiduciosi sulla riuscita di un ripensamento del nostro passato.
E invece nulla si sa della Libia, nulla delle stragi nei Balcani e in Russia. Nulla dell’uso di gas tossici sulla popolazione civile etiope; nulla dei campi di concentramento italiani o dell’appoggio indiscriminato alla deportazione degli ebrei verso la Germania. Libri ce ne sono, anche tanti e assai belli, ma nessuno li legge. La televisione non parla di queste cose, preferisce rincorrere le vendette partigiane nel “triangolo della morte” (tema, peraltro, sul quale esistono studi precedenti a quelli di Pansa e incomparabilmente migliori), senza prendersi il disturbo di raccontare gli stati d’animo e la condizione di umiliazione e miseria continua che spinsero quegli uomini a cercare vendetta!
Così regna sovrano il mito del bravo italiano, degli Italiani brava gente. Un mito che non ci fa popolo, non ci dà identità e che ci rende agli occhi di chi abbiamo torturato materialmente anche dei torturatori di memoria.
Bibliografia essenziale:
D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore
A. Del Boca, Gli italiani in Libia, Laterza
Id, Italiani brava gente, Neri Pozza
Id, A un passo dalla forca: atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Baldini e Castoldi
N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino
Cominciamo subito col dire che l’Italia, ancora una volta, ha perso una buona occasione per fare i conti con il proprio passato coloniale (non solo fascista).
Abbiamo bene in mente il dibattito sulle foibe, tutto falsamente e ipocritamente circoscritto al conflitto ideologico anticomunista; un dibattito scevro delle motivazioni di carattere nazionale e di eredità ottocentesca che erano dietro la follia omicida che caratterizzò l’evento foibe. Poco o nulla incentrato, inoltre, sullo spirito revanscista e antifascista che aveva mosso quegli uomini, costretti per tutto il ventennio a subire violente politiche di snazionalizzazione e segregazione.
La conoscenza della storia non serve a giustificare, serve a comprendere.
E’ per questo motivo che quando vediamo Gheddafi scendere dall’aereo “indossando” l’immagine di Omar al Muktar, un eroe nazionale libico ucciso dai fascisti durante la guerra di liberazione, non dobbiamo vedere in lui il vecchio nemico capace solo di guardare al passato, dobbiamo leggere in quel gesto la volontà di rimarcare il carattere identitario del suo ruolo di capo di Stato. Il progetto di indipendenza e di ricomposizione dell’identità nazionale libica è e sarà sempre uno dei principi essenziali della sua politica.
Poi, ovviamente, c’è il contesto più ampio: nulla e nessuno potrà negare che il terzomondismo di Gheddafi è forse la sola componente del suo progetto politico che egli possa rivendicare con fierezza di contro alla realtà dittatoriale del suo ruolo politico. Nessuno, lo ripeto, potrà mai dubitare del fatto che Gheddafi sia un dittatore e che tanto la Libia, quanto il progetto politico del suo leader siano ben distanti dall’essere democratici.
Ma la questione rimane: Gheddafi ben sa (chi non lo sa, del resto?), che la incredibile e forse vergognosa accoglienza che gli abbiamo riservato non nasce da un nostro desiderio di pacificazione storico-culturale, ma da esigenze economiche (gas). Egli, tuttavia, avrebbe fatto un torto al suo popolo se venendo in Italia non avesse ricordato agli italiani le brutalità compiute in Libia agli inizi del secondo decennio del novecento, di nuovo agli inizi del terzo e poi ancora, almeno, per tutti gli anni trenta.
Come un torto, del resto, hanno fatto e continuano a fare agli italiani tutti quei politici e cripto-intellettuali nostrani che continuano a negare le atrocità compiute dal nostro popolo in territorio libico, o peggio ancora a tacere su di esse. L’ignoranza fa sì che oggi persistano convinzioni e arroccamenti quali “ma noi gli abbiamo costruito ponti e strade”; “noi gli abbiamo dato una cultura”.
Le scuole italiane erano solo per gli italiani. I ponti e le strade furono costruiti solo nelle zone adibite al traffico di merci per l’Italia, mercato che si basava interamente sullo sfruttamento delle risorse libiche e sul vile sfruttamento della manodopera (quasi esclusivamente libica…gli italiani, infatti, erano pagati molto di più). Tutto ciò senza dimenticare le durissime politiche repressive attuate contro chiunque manifestasse dissenso, gli spostamenti forzati, la reclusione di migliaia di persone in campi di concentramento e l’uso sistematico della violenza, della tortura e della pena di morte contro i dissenzienti (gli storici hanno valutato che circa 100000 libici persero la vita negli anni di occupazione, su una popolazione di circa 800000 persone…1 su 8!).
Piero Bevilacqua, forse il maggiore studioso di storia dell'agricoltura nel nostro paese, ci ha ricordato come gli agronomi italiani, nell’ottica del sostentamento alla battaglia del grano avviata dal regime già negli anni ’20, abbiano trasformato i terreni policolturali coloniali in monocolturali, danneggiandoli irreparabilmente. Qui non si vuole sostenere che la Libia fosse prima dell’arrivo degli italiani ricca di terre verdi e di alberi da frutto, di certo però la sua agricoltura era più variegata e le perdite che gli abbiamo inflitto creano conseguenze ancora oggi.
Ecco perché la storia può aiutarci a capire il presente. Ecco perché dovremmo imparare a comprendere ciò che siamo stati e scusarci (non solo le autorità, il popolo tutto!).
In Germania e in Francia questo tentativo è stato fatto, seppur con risultati incerti. Certo, quei paesi hanno un bagaglio di colpe ben più ampio del nostro, però questa considerazione dovrebbe spingerci ad essere più fiduciosi sulla riuscita di un ripensamento del nostro passato.
E invece nulla si sa della Libia, nulla delle stragi nei Balcani e in Russia. Nulla dell’uso di gas tossici sulla popolazione civile etiope; nulla dei campi di concentramento italiani o dell’appoggio indiscriminato alla deportazione degli ebrei verso la Germania. Libri ce ne sono, anche tanti e assai belli, ma nessuno li legge. La televisione non parla di queste cose, preferisce rincorrere le vendette partigiane nel “triangolo della morte” (tema, peraltro, sul quale esistono studi precedenti a quelli di Pansa e incomparabilmente migliori), senza prendersi il disturbo di raccontare gli stati d’animo e la condizione di umiliazione e miseria continua che spinsero quegli uomini a cercare vendetta!
Così regna sovrano il mito del bravo italiano, degli Italiani brava gente. Un mito che non ci fa popolo, non ci dà identità e che ci rende agli occhi di chi abbiamo torturato materialmente anche dei torturatori di memoria.
Bibliografia essenziale:
D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore
A. Del Boca, Gli italiani in Libia, Laterza
Id, Italiani brava gente, Neri Pozza
Id, A un passo dalla forca: atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Baldini e Castoldi
N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino
G. Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher
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