venerdì 7 marzo 2008

ad memoriam

Ho letto questi passi per la prima volta nel 2003, se ben ricordo, quasi sessanta anni dopo la prima pubblicazione. Il pensiero andò subito a Berlusconi, all'Italia che trovava e al modo in cui stava cercando di plasmarla, offrendole sogni, illusioni, miracoli. Oggi, alla vigilia di nuove elezioni, scopro che questa è l'Italia di tutti; della quasi totalità dei politici e del 90 per cento almeno dei loro elettori. Questo post inizialmente si doveva chiamare "dichiarazione di intenti" perchè è con questo post che annuncio il mio ragionato, motivato e ponderato non voto.
A voi Cusin: "…l’italiano ama la canzonetta sentimentale, senza mezzi toni, buttata giù alla buona con l’acuto finale. In realtà la canzonetta, la scenografia barocca, sono formule convenzionali; come l’onda che sale e scende, mentre rimane fermo il livello delle acque, l’effusione di sentimenti non eccita a valori creativi. Il sentimentalismo italiano è l’ornamento vistoso, ma inutile, ma non estetico, di una prassi sociale: l’immobilità. Infine, quantunque per profonde ragioni storiche e per la stessa sua struttura psicologica l’italiano non abbia il minimo principio di coscienza politica, egli cerca nel sentimento la soluzione di problemi politici la cui vera natura gli sfugge completamente. La sua emotività lo rende preda del primo demagogo che capita come del gazzettiere pagato per dimostrargli l’importanza vitale e nazionale di una questione che, in realtà, interessa soltanto le tasche di alcuni affaristi. Da ciò l’incapacità di scegliersi un governo di uomini che abbiano un minimo di coscienza nel tutelare gli interessi comuni e non soltanto esclusivamente i loro affari personali. Il sentimento crea le basi di quell’atmosfera dove si può impunemente parlare di gloria, di onore, di patria; ogni retorica è buona, pur che sia sufficientemente ornata, e purché la voce calda e commossa dell’oratore e del poeta possa raggiungere la sfera emotiva della sua anima.
Quindi l’italiano ha creduto nei canti del Risorgimento, nei cori verdiani, negli inni della Patria, nello Statuto, nell’onestà monarchica e nelle benemerenze di quella, nel valore dell’istituto parlamentare e nel contenuto dei degnissimi discorsi che vi si facevano. Ha creduto nello Stato totalitario fascista, nella grandezza e potenza dell’Impero, nel genio di Mussolini ed è rimasto intimamente fascista, perché il fascismo ha creato in Italia uno stile che corrisponde al gusto della massa per queste forme di esibizione […] Perciò il fascismo ha trionfato e il capo intuì giusto quando sostenne che le masse erano con lui. Naturalmente fallì quando si illuse […] che sotto quegli slanci sentimentali ci fosse una coscienza e una convinzione. Se l’italiano avesse avuto vera coscienza non sarebbe mai stato fascista, ma in fondo al suo animo inconfessato egli non credeva perché non crede a nulla, perché nulla lo interessa di ciò che esula da quelle primitive esperienze sociali e familiari a cui ha adattato la sua vita quotidiana, e il cui vero spirito egli non vuole e non può indagare, perché la scoperta di esso gli farebbe correre i rischi di quella libertà e di quella responsabilità personale che ne sono la conseguenza”.
(F. Cusin, L’italiano. Realtà e illusioni, Ram)

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