lunedì 25 febbraio 2008

Cultura? Oh, Grande fardello!

Ha scritto Umberto Eco: “dicono che parliamo troppo difficile, imparino a parlare come noi”. A prima vista la frase può sembrare un po’ rude, settaria, impopolare (in tutte le accezioni del termine). Ma è una provocazione che coglie nel segno. Da anni ormai intellettuali di varia natura e competenze professano la necessità di lavorare sul linguaggio comunicativo al fine di rendere più accessibile la loro e altre proposte culturali. I più accorti – non tutti purtroppo – percepiscono però anche il rischio di questa impostazione. L’uomo, le masse devono vivere il rapporto con la cultura in continua tensione. La comprensione di un testo, di un quadro, di un’opera non deve mai essere completa, deve lasciare incognite, generare domande, darci il senso dell’indefinitezza dei contorni del mondo.
Certo, gli strumenti di base devono pur esserci in chi riceve le informazioni e quegli strumenti devono essere adeguati al messaggio, altrimenti si corre il rischio di una fuga dalla cultura e del trionfo della semplificazione.
La storia contemporanea – che mi sta tanto a cuore – è continuamente sottoposta a questa sventura. Pensate a quante copie vendono i libri di Bruno Vespa, Paolo Mieli, Indro Montanelli…centinaia di migliaia in più rispetto a quelle vendute dagli storici. Non solo perché più pubblicizzate ma anche perché più semplici e accessibili.
Oggi purtroppo i mass media ci inducono in continuazione a questo processo di semplificazione: dal Grande Fratello al giornalismo politico, dai telegiornali alle fiction, dagli slogan politici (lasciatemi sottolineare quelli particolarmente idioti di Bonaiuti) al talk show della De Filippi, tutto ci induce a semplificare, a trasmettere un messaggio che sia immediatamente comprensibile.
Pochi hanno il coraggio di investire sul futuro: il teatro in televisione viene bocciato dopo una sola puntata andata male sul piano dell’Audience; proporre un bel film in prima serata non è conveniente perche il De Sica/Boldi di turno o la quindicesima proiezione di Indiana Jones rendono più in termini pubblicitari; il varietà di Carlo Conti, Sanremo, Miss Italia non richiedono la continuità di attenzione che richiede un film, semplicemente perché non richiedono l’accensione del cervello.
Impariamo a reagire da soli, non lasciamoci instupidire troppo!
Vi lascio con il testo di una canzone di Ivano Fossati, Il battito, che sul tema è di incredibile attualità:


Dateci parole poco chiare
quelle che gli italiani non amano capire
Basta romanzi d’amore, ritornelli spiegazioni, interpretazioni facili
Ma teorie complesse e oscure, lingue lontane servono
Pochi significati, titoli, ideogrammi, insegne, inglese, americano slang.
Senza studiare senza fiatare basta intuire che è anche troppo
Colpo d’occhio è quello che ci vuole uno sguardo rapido
Il nostro suono, il nostro suono è un battito
Parole incomprensibili siano le benvenute così affascinanti, così consolanti
Non è nemmeno umiliante non capirle, anzi, così riposante
Dopo tanto teatro dopo tante guerre dopo tanti libri dopo tanto cammino
dopo tante bugie dopo tanto amore dopo tanti secoli
Mai più canzoni in italiano greco slavo
poca letteratura, brevi racconti al massimo,
scrittori intraducibili, relazioni elementari, poeti ermetici
Tv irreversibile, con accenti diversi con accenti diversi… Esotici.
Ora davvero basta con la trasparenza voglio una cultura davvero sottostante davvero inapparente e soprattutto per sempre
Voglio essere ricordato nella prossima era come un glaciale geroglifico
come un bassorilievo come un graffito inesplicabile perché del tutto inutile
Dateci le parole poco chiare quelle che gli italiani non amano capire, costruiremo una nuova cultura rapida ed estetica
E il pensiero sarà un colore, il colore sarà un suono, il nostro suono un battito
E il pensiero sarà un minuto, il minuto un suono,
il nostro suono un battito

Riferimenti:
U. Eco, Cinque scritti morali, Bompiani
I. Fossati, Il battito, in L’arcangelo, 2006

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